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Pubblicato il 16 giugno 2019 | da Valerio Caprara

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La scomparsa di Franco Zeffirelli

Non le mandava a dire, Zeffirelli. E’ stato un signore della scena, sublime nell’opera, dominante a teatro, alato sullo schermo. Al cinema e in tv ha diretto film impetuosi e giovanili, melodrammi estremi e kolossal cosmopoliti, ma il suo credo è stato sempre quello di non separare l’eleganza e l’accuratezza della forma dalla chiarezza e la fruibilità del contenuto. La sterminata cultura l’aveva ereditata dal nume tutelare Visconti e il carattere fumantino era intrinseco al dna fiorentino, ma la malcelata ostilità da parte della critica è stato il prezzo da pagare per le polemiche a viso aperto condotte da cattolico di centrodestra in un contesto storicamente presidiato dalla sinistra.

Inaugurando a Villa d’Este di Tivoli la mostra di memorabilia organizzata con Pippo, uno dei suoi due figli adottivi, Gianfranco Corsi in arte Franco Zeffirelli, scomparso ieri novantaseienne a Roma, aveva dichiarato: “Bisogna essere irrequieti, bisogna viverlo con fervore il tempo”. E in effetti a nessun altro come al passionale e talentuoso regista, scenografo e costumista l’auspicio s’adatterebbe altrettanto bene, aggiungendovi peraltro il carico delle controversie, le censure e le disillusioni che proprio l’indomito piglio ha suscitato accanto ai trionfi di una fulgida carriera internazionale. Non a caso ritorna in mente la figura del maestro che nella medesima occasione –elegantissimo in bianco e blu e con in braccio un paio dei suoi adorati cani Jack Russell- ebbe a precisare ancora meglio il concetto: “Una vita straordinaria, la mia, con mille soddisfazioni, ma anche tantissimi vaffa”. Dato per acclarato che la sua filmografia abbia raggiunto solo sporadicamente i vertici toccati nel campo della regia teatrale e lirica, è impressionante constatare come non gli sia stato mai perdonato nulla e contro la sua immagine siano stati spesso sferrati attacchi di natura pregiudiziale. Una prima spiegazione risale, certo, alle difficoltà incontrate dal supremo orchestratore di messinscene opulente e raffinate quando ha dovuto misurarsi con gli specifici meccanismi di sintesi del linguaggio filmico; ma sarebbe ipocrita ignorare che gran parte dei suddetti tormenti siano stati innescati dalla pervicace fedeltà ai propri ideali artistici e civili del tutto impermeabili ai diktat del politicamente corretto.

Da tale scomodo posizionamento (qualche bello spirito persino coniò per lui l’irridente nomignolo di Scespirelli) discende, del resto, il paradosso che la maggiore aspirazione del ragazzo nato da genitori mai coniugati, orfano della madre a sei anni e allevato dalla zia e alcune meravigliose signore inglesi nel rispetto dei valori antifascisti della democrazia liberale sia stata quella di fare un cinema di qualità però sempre rivolto al pubblico, sempre desideroso del giusto riscontro al box office. Non a caso, del resto, ha compiuto le prime esperienze nel ramo come aiuto regista di Visconti in “La terra trema” e “Senso”, capisaldi della scuola neorealistica tanto aristocratica e ricercata nello stile quanto democratica e partecipativa negli intenti. Senza volere dare troppo peso, in questo senso, all’esordio dietro la macchina da presa con “Camping” (’57), curiosamente bollato come “commedia all’americana”, basta pensare al veemente piglio anticonformista (influenzato dagli umori delle rivolte giovanili) che caratterizza tra il ’68 e il ’72 il trittico di grande successo commerciale “La bisbetica domata” (col fatidico show della coppia Taylor-Burton), “Romeo e Giulietta” (grazie al quale, come disse lo stesso Zeff, “dal Bronx a Bali, Shakespeare diventò un successo di cassetta”) e “Fratello Sole, sorella Luna”. In particolare il secondo, per noi il suo film più riuscito, più fresco, più emotivo non ha nulla di patinato come sostennero i recensori d’epoca perché è facile, invece, accorgersi come ai preziosismi figurativi della Verona ricostruita a Pienza e Gubbio si alternino impennate di ritmo indiavolato e cadenze pop che corrispondono ai gusti dell’epoca riuscendo nello stesso tempo a mantenere uno spirito del tutto coerente alla cornice barocca originale.

Mentre la monumentale coproduzione della Rai con la Itv di Lord Grade “Gesù di Nazareth” (’77, versione a puntate per il piccolo schermo e versione in due parti per le sale) si fa ricordare per il cast all stars(ma bisogna dire che le numerosissime comparse vi sono dirette con la stessa meticolosità riservata alle star Olivier e Steiger), le ambientazioni suggestive ancorché alquanto oleografiche e l’evidente adesione a una linea religiosa pre-conciliare e tradizionalista, ma anche per lo stile di ripresa ellittico che negli anni Settanta osavano praticare solo pochi outsider come Tarkovskij o Scorsese, la parentesi hollywoodiana (’79-’81) che comprende “Il campione” e “Amore senza fine” esemplifica le sfortunate coincidenze/contraddizioni del rapporto di Zeffirelli con il grande schermo. I due film, infatti, si rifanno chiaramente all’enfasi naive del melò anni ’50 del cinema americano oggi rivalutato dalla critica di tendenza, ma proprio allora sottoposto ai traumi di una trasformazione storica: succede, così, che l’ascesa dei registi-cinéfili (Coppola, Spielberg, Cimino) li rende subito obsoleti e inadeguati rispetto all’innovazione e la radicalità dei loro titoli-culto. Le successive e magnifiche trasposizioni operistiche di “La traviata” e “Otello” farebbero pensare che un percorso oggettivamente incostante abbia finalmente trovato un approdo adeguato alle ambizioni, ma l’uomo e l’artista non sono di quelli che s’arrendono e la mezza dozzina di titoli diretti tra l’88 e il 2002 recuperano a sorpresa qualità e spessore rendendo i critici italiani (quelli stranieri hanno sempre avuto nei suoi confronti atteggiamenti più distesi) un poco più benevoli. Nell’ora dell’addio diventa superfluo mettersi a separare il grano di “Amleto”, “Storia di una capinera” e “Un tè con Mussolini” dal loglio di “Il giovane Toscanini”, “Jane Eyre” e “Callas Forever”; ancorché sia stato lo stesso artista prediletto da Sua Maestà Elisabetta II d’Inghilterra che si autodefinì “un sultano in un harem di tre donne: Opera, Teatro, Cinema” a suggerire al proposito qualche sardonico indizio: <I miei film sono nati da un atto d’amore. Per questo ne ho fatto anche di brutti: quelli non li amavo davvero. “Romeo e Giulietta” è stato la passione della giovinezza. “Un tè con Mussolini” quello della maturità>.

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