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Pubblicato il 22 maggio 2018 | da Valerio Caprara

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La scomparsa della Ferrero

Gli indignati in servizio permanente effettivo sostengono che ormai per esordire al cinema basta comparire nel “Grande fratello”. Eppure Anna Maria Ferrero, una delle attrici italiane più ammirate degli anni Cinquanta morta ottantaquattrenne ieri a Parigi, fu lanciata dall’attore e regista Caudio Gora che la notò e la fermò a Roma per strada nel 1949 proponendole un provino per “Il cielo è rosso”, il suo notevole film tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Berto. Nonostante la circostanza casuale, a quel tempo comune e non più qualificata di quella attribuita agli odierni reality, la carriera di Anna Maria nata Guerra e diventata Ferrero per omaggiare il musicista Willy Ferrero, suo padrino artistico, prese subito il volo nello star-system di una stagione di Cinecittà ricca e interessante anche al di fuori del cerchio magico del neorealismo. Il fatto è che una ragazza così determinata e subito a suo agio davanti alla cinepresa veniva contesa da tutte le produzioni che non dovevano per forza puntare sulle cosiddette “maggiorate” di moda e avevano, invece, bisogno di profili femminili esili, minuti, espressivi, intensi: non a caso in cima a una serie d’incolpevoli vittime o fidanzatine spaurite (“Febbre di vivere”, “Totò e Carolina”) si tramanda l’ottima prova nel ruolo della camerierina premurosa e innamorata del nostalgico “Cronache di poveri amanti” di Lizzani. Doppiatasi con la propria voce, servita da una dizione perfetta, a partire da “Il conte di Sant’Elmo” e “Cristo proibito”, è apprezzata giustamente dalla critica per il primo titolo da protagonista, “Le due verità” di Leonviola, prima di affrontare un anno memorabile, il 1953, in cui interpreta otto buoni film (“Le infedeli” e “I vinti” su tutti) e prende parte alla 14esima Mostra di Venezia al seguito di “Napoletani a Milano” di Eduardo De Filippo. Innamoratasi di Vittorio Gassman, destinato a diventare turbolento e possessivo compagno artistico e di vita per sette anni, dimostra anche sul palcoscenico ottime doti di sensibilità e temperamento (dall’”Amleto” all’”Otello” e il musical “Irma la dolce”), mentre sul grande schermo affascina in “Guerra e pace”, “Il gobbo” e “I delfini”. All’alba dei Sessanta sul set di “L’oro di Roma” conosce Jean Sorel, lo sposa e, dopo avere sperimentato i gloriosi sceneggiati tv, tra cui il mitico “Cime tempestose” di Landi, si ritira all’improvviso dalle luci della ribalta e va a vivere nella periferia parigina non spiegando mai il vero perché della decisione e concedendosi rare e poco significative riapparizioni pubbliche e professionali.

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