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Pubblicato il 30 marzo 2019 | da Valerio Caprara

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La scomparsa di Agnès Varda

Non molto familiare al pubblico italiano Agnès Varda, regista, fotografa, artista visuale francese morta ieri a Parigi quasi novantenne, avrebbe dovuto esserlo non perché (come talvolta accade) deciso a tavolino dai cinefili o gli esperti, bensì perché tutta la sua vita ha incarnato un atto d’amore verso il cinema e gli svariati e ingegnosi modi con cui esso dalle origini a oggi tenta di riscrivere la realtà attraverso la finzione. Nella sua opera, infatti, la teoria e la pratica del raccontare con le immagini, lo scorrere del tempo reale e di quello cinematografico, la trama della vita individuale tessuta all’interno di quella collettiva, lo spazio alla portata dell’occhio dello spettatore e quello alla portata dell’obiettivo della cinepresa non hanno mai funzionato alla stregua di algidi canoni autoriali, bensì imprimendovi il contrassegno di una dedizione costante, indomita, intelligente e libera.

La Varda, all’anagrafe Arlette perché concepita ad Arles dal padre greco e la madre francese, era nata il 30 maggio 1928 a Ixelles, comune del circondario di Bruxelles, ma aveva trascorso l’adolescenza nella “Venezia della Linguadoca” Sète prima di sbarcare a Parigi come studentessa dell’Ecole du Louvre. Più che la carriera di museografa, però, coltiva la passione per la fotografia e, fattasi conoscere grazie ad apprezzati clichés di attori in voga come Philipe o la Casarès, torna a Sète per girare il suo primo film, “La Pointe courte” interpretato dall’esordiente Noiret e montato dal già lanciato Resnais. Presentata a Cannes nel ’55 col patrocinio del prestigioso teorico Bazin, la semi-cronachistica vicenda d’incomprensioni coniugali diventerà a posteriori un totem della Nouvelle Vague, mentre la neoregista coglie il suo primo, vero successo nel ’62 grazie a “Cléo dalle 5 alle 7”, la toccante ma non pietistica autocoscienza di una cantante costretta a rivedere i propri valori nelle due ore precedenti la consegna del risultato delle analisi effettuate per un sospetto tumore. Passando senza complessi dai corti ai lungometraggi e dal documentario alla finzione non esclude i lavori su commissione, ma trova gli accenti più incisivi sperimentando raffinatezze letterarie (“Il verde prato dell’amore”) o approfondendo l’indagine sui problemi della coppia e la condizione femminile (“Le creature”). Femminista ante litteram però sempre indipendente e mai conformista, accompagna nel ‘67 a Los Angeles il marito Jacques Demy, il raffinato regista sposato dopo la breve relazione con il costumista Antoine Boursellier (da cui era nata la figlia non riconosciuta Rosalie) destinato a diventare l’unico, immenso amore dell’intera esistenza nonché il padre del figlio Mathieu, dove frequenta Warhol e Morrison e gira il curioso “Lions Love” (’69), falso documentario in cui mixa senza molta misura la musica pop, il divismo underground e l’apogeo della cultura hippie. Eclettica, eppure fedele alla propria vocazione di cineasta appartata, scettica, affascinante, eloquente e insieme autosufficiente, non si porrà nel prosieguo di un’instancabile attività alcun limite, vuoi per raccontare alla sua maniera le contrapposte ma ugualmente positive scelte effettuate dalle protagoniste rispetto alla formazione di una famiglia tradizionale (“L’une chante, l’autre pas”, ’77), vuoi per descrivere i vicini di quartiere (“Daguerréotypes”), vuoi ispirandosi a una fotografia (“Ulysse”), vuoi dedicando uno smagliante dittico al mondo segreto dell’icona dell’erotismo anni Ottanta Jane Birkin (“Jane B.” e “Kung-Fu Master”).

Unica donna a ricevere l’Oscar alla carriera e nella stessa edizione essere nominata  per il migliore documentario (“Visages Villages”, 2018), la Varda ha vinto anche la Palma d’oro onoraria al festival di Cannes del 2015, ma forse resta ancora più lusinghiero il Leone d’oro vinto nell’85 in serrata lotta con importanti titoli concorrenti da “Senza tetto né legge”, la ruvida inchiesta depurata da qualsiasi velleità di giudizio o di spiegazione sociologica sulla morte della vagabonda per autonoma scelta interpretata da Sandrine Bonnaire. Il dolore mai rimarginato, peraltro, è stato inciso sulla sua pelle e, di riflesso, sul suo sguardo creativo dalla precoce scomparsa del marito, al quale non a caso dedica tre dei suoi film più limpidi e strazianti, tra cui spicca il bellissimo, ardito collage multimediale del ‘91 “Garage Demy (Jacquot de Nantes)”. La longevità della cineasta che è inscritta da tempo nell’albo d’oro ufficiale e sentimentale del cinema d’oltralpe ha, fortunatamente, permesso che raccogliesse più volte le proprie memorie in film-testamento che di lugubre o d’autocelebrativo non hanno proprio niente. Da “Les plages d’Agnès” a “Agnès de ci de là Varda” in cui più che rievocare continua a investigare, interrogare, persino divertirsi in tutta scioltezza, fino al succitato “Visages Villages”, originalissimo docufilm co-girato con il fotoartista JR, in cui il folletto dall’inconfondibile caschetto bicolore di capelli fornisce le chiavi del suo fantastico viaggio nell’ex arte chiave del Novecento con un flusso di libere associazioni. Gestito, manco a dirlo, da uno spasmodico afflato giovanile anziché dall’affanno di una vecchia gloria in disarmo.

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