Recensioni

Pubblicato il 13 febbraio 2019 | da Valerio Caprara

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La paranza dei bambini

La paranza dei bambini Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Napoli, oggi. Un sestetto di adolescenti appartenenti a famiglie disagiate del centro storico sperano d'inventarsi il futuro che non hanno formando una gang criminale che s'impadronisce degli spazi e i traffici lasciati liberi dai vecchi boss camorristi ammazzati o incarcerati.

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Ci risiamo. E’ inutile, ma forse anche sbagliato, augurarsi che l’uscita di “La paranza dei bambini” non apra le cateratte del forum sul caso e i casi di Napoli. Un voto a tutti i Santi, però, va fatto: azzuffiamoci a volontà sulla città, sull’argomento, sul documento e sulla fiction, ma rifiutiamoci di assecondare i mal di pancia degli ossessionati dal problema dell’”immagine”. In questo senso qualcuno sosterrà che il film tratto dal romanzo di Saviano è condannato in partenza perché non racconta la complessità del mondo Napoli e, anzi, svende la verità dell’odiosamata metropoli sull’altare della luccicanza estetica e del dollaro (pardon dell’euro, quello tornerà buono per il commento agli Oscar). Per noi, invece, il rischio era solo quello che la tragica parabola di una delle paranze dei dodici-quindicenni sostituitesi ai boss camorristi ammazzati o incarcerati assomigliasse alla versione per il grande schermo di una puntata di “Gomorra”. Siccome, però, la cosiddetta (sbrigativamente, sprezzantemente) tecnica costituisce un elemento critico cruciale perché nel cinema, riciclando McLuhan, il medium èil messaggio, possiamo dire che la regia di Giovannesi  esercita un formidabile controllo sull’alta qualità delle recitazioni (Francesco Di Napoli su tutti), la fotografia (prodigiosa l’impronta di Ciprì), il montaggio, la scenografia e le musiche rendendo coerente il ritmo e omogenea la suspense.

Anche il contributo del co-sceneggiatore Braucci è significativo perché il dialetto e i dialoghi, ancorché presi dalla strada, riescono a trasfigurarsi in una lingua di conoscenza e/o comunicazione animalesca, gutturale, tribale a sé stante che fuoriesce a fiotti dai repertori della storia e della cronaca coniugando sul filo del rasoio orrore e speranza, crudeltà e innocenza. Visto che parte dell’opinione pubblica non ha mai smesso d’invocare la presenza e la riscossa del Bene rispetto alle voragini del Male, “La paranza dei bambini”, in linea con lo spirito scabro, nitido e costantemente in sottrazione epica delle sue immagini e dei suoi picchi drammaturgici, adopera infatti l’audace stratagemma di metterle a carico dei protagonisti. Ed è proprio qui che risiede il cuore di tenebra del film che Saviano, a prescindere dai suoi trascurabili fuori-campo politici, ha ereditato dal Pasolini di “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”: l’ambiguo e irrisolto punto d’equilibrio tra il coraggio di affrontare senza filtri un’escalation criminale e l’eterna e ormai rauca tentazione d’aggrapparsi ai link dell’“è sempre colpa degli altri” o, meglio ancora, “della società”.

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