Recensioni

Pubblicato il 21 dicembre 2019 | da Valerio Caprara

4

La Dea Fortuna

La Dea Fortuna Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Coppia omosex in crisi viene prima spiazzata e poi rivitalizzata dall'affidamento di due ragazzini da parte della mamma, amica di vecchia data afflitta da problemi di salute. Un'intera comunità scevra di pregiudizi borghesi contribuirà alla scoperta e al consolidamento nei protagonisti di un istinto "genitoriale" inatteso quanto intenso.

1.5


Ferzan, lo chiamano così i critici e gli spettatori aficionados (e fanno bene perché Ozpetek è un sessantenne amabile, semplice e spigliato), ha fatto tredici. Però non ancora al botteghino bensì in filmografia, perché “La Dea Fortuna” va a inserirsi nel percorso ormai ventennale inaugurato nel remoto ’97 con “Il bagno turco – Hamam” e proseguito in nome e per conto di una tonalità e un taglio che hanno l’indubbio merito di essere riconosciuti al volo dal pubblico italiano generalmente non più in grado di riconoscere nessuno a parte Siani e pochi altri. Del resto è facile sincerarsene effettuando una sorta di scherzoso appello virtuale: la tavola imbandita di prelibatezze? C’è. Un ballo liberatorio di gruppo sulle note di una suadente melodia turca? C’è. La terrazza panoramica di una casa romana bella e confortevole? C’è. Il clan degli amici che partecipa quasi a mo’ di coro greco? C’è. Il culto di Mina corredato da qualcuna delle sue canzoni sempreverdi? C’è (stavolta persino con il bonus della recente e vibrante “Luna diamante”). Dalla prima sequenza all’ultima, insomma, trionfa il catalogo ozpetekiano dispiegato per di più sulle casistiche allegre e incasinate delle coppie omosex, delle comunità multietniche e dei condomini allargati che, gira e rigira, dovrebbero sempre portare acqua al mulino della cosiddetta smitizzazione della cosiddetta famiglia borghese. Sul cui stesso leitmotiv sarebbe meglio, en passant, dare un’occhiata su Netflix a “Marriage Story” di Baumbach…

Vincendo la tentazione d’istituire un monellesco parallelo tra questo repertorio e il già molto chiacchierato videoclip “Immigrato” con cui Zalone sta lanciando l’uscita del suo nuovo film, si può aggiungere che nulla vieta, ovviamente, a un autore –peraltro tecnicamente dotato come il regista d’origine turca- di mantenersi quasi sempre fedele al proprio universo poetico e in sintonia con il collaudato cosceneggiatore Gianni Romoli, ma il dubbio sorge quando la maniera sembra prevalere sull’ispirazione, la caratterizzazione prosaica sulla sfumatura psicologica, l’affettazione leziosa sull’indubbia sincerità di partenza. Ecco dunque una nuova gimkana tra commedia e pianto in cui le trappole e le disillusioni che punteggiano fatalmente le nostre esistenze si traducono in un teatrino non privo, specie nella seconda parte, di verve e di ritmo, ma non per questo liberato dalle metafore forzate, le sottotrame pasteggiate e gli identikit plateali ai limiti del grottesco involontario. Così Annamaria/Trinca, madre (va da sé) di due figli avuti da due uomini diversi, si affida al traduttore di filosofi del Settecento Arturo/Accorsi e al facoltoso idraulico Alessandro/Leo che stanno insieme da quindici anni ma hanno perso qualsiasi palpito amoroso e reciproco interesse: dovendo sottoporsi a una serie di analisi cliniche complicate e minacciose, ha pensato, infatti, che nessuno meglio di loro potrà badare ai teneri e innocenti ragazzini. La Dea Fortuna, citazione esorcistica della reale quanto inquietante statua situata nei pressi del palazzo Colonna Barberinia Palestrina, farà in modo che i due caratteri in rotta di collisione esibiscano nuovamente il meglio di se stessi e preparino un ammiccante finalissimo in stile natalizio. Infine l’ideologismo di fondo, magari gradito a una buona fetta di pubblico, si nota bene, per esempio, più che nelle dichiarazioni promozionali politically correct (come quella che recita, in spericolata contrapposizione all’etimologia latina del termine “genitor”, “l’essere genitori non è una questione genetica, bensì di cuore e cervello”) nel modo in cui sono sbozzati l’unico maschio etero (un poverocristo rimbambito dall’Alzheimer) e soprattutto le due figure materne: quella della sventurata Annamaria aureolata di sembianze pressoché angeliche e quella della nonna “tradizionale”, la terrificante baronessa interpretata da Barbara Alberti come duplicato di una delle streghe delle favole dei Grimm.

LA DEA FORTUNA

MELODRAMMATICO, ITALIA 2019

Regia di Ferzan Ozpetek. Con: Stefano Accorsi, Edoardo Leo, Jasmine Trinca, Barbara Alberti, Sara Ciocca, Edoardo Brandi

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  • Raffaele Abbate

    condivido la recensione al mille per mille, avevo espresso la mia contrarietà alla visione del film, mi è bastata la visione del “prossimamente” . I film del turco-romano visto uno, visti tutti. E basta la solita terrazza romana. anche Scola anni fece un film sulla terrazza, ma quella era arte, era cinema vero, che ad ogni sequenza ti sorprendeva ed alla fine non volevi che fosse finito. Al contrario per l’intera opera omnia di Ozpetek non vedi l’ora che finiscono

  • Giovanna Mastronardi

    La trama è aria fritta, la regia ripete sempre balli corali, terrazze(stavolta alla Garbatella quartiere di Roma adiacente alla sua abitazione) e pastarelle(la maggior parte di Andreotti la pasticceria di Roma al suo portone), l’attrice turca sua portafortuna che non si capisce quando parla e fa addirittura teatro, Mina (icona omosex); ma stavolta c’è Leo che sovrasta tutto. È un metro sopra tutti e salva il debole film.

  • Rosanna Toscano

    Professo’ peró 1 e 1/2 è troppo poco

    • Valerio Caprara

      Mi dispiace, ma in questo caso col trascorrere del tempo il mio giudizio peggiora ancora…

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