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Pubblicato il 14 febbraio 2020 | da Valerio Caprara

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Kirk Douglas

Aitante, sfrontato, sovversivo e anche se insignito di un solo Oscar alla carriera icona dell’età d’oro di Hollywood, Kirk Douglas è morto a 103 anni. Non moriranno mai, però, l’“Ulisse” che si spoglia degli stracci da mendicante, tende l’arco e inizia a scoccare frecce mortali contro i Proci; il biondo arpioniere che si slancia a coltello sguainato sulla gigantesca piovra che in “20.000 leghe sotto i mari” sta soffocando con i suoi tentacoli il sottomarino Nautilus; il Van Gogh più vero del vero che in “Brama di vivere” percepisce come in un flash allucinato il volo dei corvi su un campo di grano e meno che mai lo schiavo ribelle che nella gola cosparsa di cadaveri sta per consegnarsi ai romani quando sente i compagni in catene gridare a uno a uno: “Io sono Spartacus!”. Il vecchio Kirk era tornato nel 2009 in scena in un teatro di Los Angeles col monologo “Before I forget”, “Prima che io dimentichi”: sia pure menomato, anche nell’eloquio, dal devastante ictus che l’aveva aggredito alcuni anni prima vi si dimostrò capace di fare rivivere in un’ora e mezza inframmezzata dal montaggio di sequenze cult le tappe della sua carriera. Il migliore identikit possibile di uno di quegli attori che, come dichiarò una volta Clint Eastwood, “non sanno recitare in riserva” e hanno saputo imporre il proprio inconfondibile tratto, dal vitalismo guascone della giovinezza all’animalesca grinta della maturità e alle tormentose inquietudini della vecchiaia. Una forza intrisa dell’arroganza anticonformista definita “chutzpah” nello slang yiddish-americano, la stessa che gli è servita per reggere i colpi del destino: un figlio morto di overdose; un altro, Michael, che ha combattuto contro un grave tumore e svariati altri demoni; un nipote, figlio di Michael, condannato a nove anni per spaccio.

In principio c’è l’Issur Danielovitch Demsky, nato il 9 dicembre 1916 ad Amsterdam nello stato di New York da poverissimi genitori ebrei d’origine bielorussa, che ha raccontato in una delle più crude autobiografie divistiche mai pubblicate, Il figlio del venditore di stracci, la formazione della propria personalità dominante. Laureato alla St. Lawrence University, entra nell’American Academy of Dramatic Arts nel ’39, sposa la collega Diana Dill, adotta il nome d’arte e debutta a Broadway nel ’41, poco prima che la guerra mondiale lo costringa ad arruolarsi in marina; ferito in battaglia nel Sud Pacifico, viene congedato per malattia nel ‘44, torna sul palcoscenico, viene raccomandato da Lauren Bacall al produttore Hal B. Wallis e da questi fatto debuttare nel ‘46 sul grande schermo in “Lo strano amore di Marta Ivers” di Milestone. Il fisico temprato dallo sport universitario e l’espressione dura e beffarda –mitigata dalla celebre fossetta sul mento- bucano, come si dice, lo schermo e lo fanno diventare uno dei massimi protagonisti di un quindicennio cruciale del cinema Usa. Un impetuoso crescendo in cui lo scelgono e dirigono registi come Tourneur (“Le catene della colpa”), Robson (“Il grande campione”), Mankiewicz (“Lettera a tre mogli”), Curtiz (“Chimere”), Walsh (“Sabbie rosse”), Wilder (“L’asso nella manica”), Wyler (“Pietà per i giusti”), Hawks (“Il grande cielo”), Minnelli (“Il bruto e la bella” e “Brama di vivere”), Hathaway (“Destino sull’asfalto”), Fleischer (“20.000 leghe sotto i mari” e “I vichinghi”), Vidor (“L’uomo senza paura”) e Sturges (“Sfida all’O.K. Corral” e “Il giorno della vendetta”), inimitabili professionisti, autori senza avere la presunzione di esserlo e costruttori di storie nel segno quel sottile equilibrio tra storico e romanzesco e quell’insuperabile “fattualità” dello stile che rendono pleonastica la vecchia divisione tra prodotti di serie A e B. Oggi, in effetti, chi potrebbe snobbare incarnazioni come quelle del brutale boxeur di “Il grande campione”, il supercinico reporter di “L’asso nella manica” o il magnetico produttore di “Il bruto e la bella”?

Dopo avere sposato in seconde nozze la responsabile delle pubbliche relazioni per Carlo Ponti sul set di “Ulisse” Anne Buydens, con la quale rimarrà profondamente legato tutta la vita, fonda la casa di produzione Bryna, il nome della madre, per gestire meglio i continui contrasti con le Majors e inaugura il fatidico decennio dei Sessanta con la capitale esperienza di “Spartacus”. Per la verità con il giovane Kubrick aveva già lavorato tre anni prima in “Orizzonti di gloria”, ma stavolta produce in prima persona sulla base della sceneggiatura tratta da un romanzo di Fast e scritta dal perseguitato dal maccartismo Trumbo: costato 12 milioni di dollari, una cifra astronomica per l’epoca, il kolossal conserva ancora oggi il suo intenso respiro epico a dispetto dei tempestosi rapporti con il regista rievocati da Douglas nell’ultimo dei suoi dieci libri. Dopo il successo di “Spartacus” (sette nomination e quattro Oscar, ma niente per la sua monumentale performance), resta stabilmente sulla cresta dell’onda, ormai divo dello stesso livello dei Mitchum, Lancaster, Turner, Mangano, Novak, Gardner, Curtis, Hudson, Wayne con cui ha lavorato o lavora: la sua carica istrionica, per di più, riesce ormai a stemperarsi anche nelle sfumature complesse (colte in Italia dal magistrale doppiaggio dei Panicali, Cigoli e De Angelis) come tramandano i personaggi cult di “Solo sotto le stelle”, “Sette giorni a maggio”, “Il compromesso”, “Uomini e cobra” o “Fury”. Dagli anni Settanta in poi, in coincidenza con la fine dello star system e l’avanzata della New Hollywood, i ruoli forti si fanno più rari e fino ai cammei delle ultime sortite l’attore, insignito dell’Oscar alla carriera nel ’96, s’impegna soprattutto a raccogliere onorificenze, fare il testimonial per i presidenti democratici e condurre campagne coerenti con le antiche posizioni liberal.

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