All Movies Magazine

Pubblicato il 6 agosto 2017 | da Valerio Caprara

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Jeanne Moreau (1928-2017)

Le tourbillon de la vie, il vortice della vita, su cui giocava il refrain della canzone diventata simbolo del capolavoro “Jules e Jim” e della sua precoce celebrità, le ha regalato tutto ciò che voleva. Jeanne Moreau, morta il 31 luglio a ottantanove anni, non solo è stata un’amatissima, versatile e pluripremiata attrice, l’icona della Nouvelle Vague alternativa e insieme speculare alla Bardot, la musa di maestri come Malle, Truffaut, Antonioni, Welles, ma anche una donna speciale, straripante di personalità, intelligente, anticonformista e mai disposta al compromesso nelle scelte esistenziali e in quelle professionali. L'”artista indimenticabile”, insomma, subito commemorata dal giovane presidente Macron come pressochè unico esempio di un fascino e talento francesi storicamente acclarati e tuttavia mai diventati “vecchi”.

Nata a Parigi il 23 gennaio 1928 da un padre gestore di brasserie e una madre ballerina anglo-irlandese, Jeanne trascorre l’infanzia a Vichy e quando ritorna nella capitale s’iscrive all’insaputa dei genitori ai corsi di teatro di Denis d’Ines al Conservatorio. Debuttante in palcoscenico al festival di Avignone del ’47, è ingaggiata prima dalla Comédie Francaise e poi dallo sperimentale TNP di Jean Vilar recitando, tra l’altro, al fianco di Gèrard Philipe in “Il Cid” e “Il principe di Homburg”. Sposatasi più che altro perchè aspetta un figlio (che rimarrà unico anche in futuro) con il regista e attore Jean-Louis Richard, accetta piccoli ruoli al cinema, ancorchè in film importanti come “Grisbi” di Becker, prima di raggiungere piena notorieta come protagonista di “La regina Margot” di Dréville. La svolta avviene grazie all’incontro con Louis Malle, spregiudicato regista emergente che si fa strada costeggiando i canoni della Nouvelle Vague senza mai accettarli del tutto e, anzi, tentando ogni volta di modellarli su un’idea di cinema più personale e provocatoria. Due sono, a questo punto, i titoli di culto che la lanciano nel cerchio magico di un cinema nazionale impegnato in una sorta di rivoluzione permanente contro il cosiddetto “cinema di papà”: “Ascensore per il patibolo” e “Les amants”, entrambi usciti nel ’58. Non colpisce solo il fatto che in entrambe le occasioni s’incarni in una moglie inaffidabile e promiscua -circostanza, peraltro, fonte in un’epoca ancora alquanto sessuofobica di polemiche e reprimende assortite-, quanto il carisma veicolato dalla sua presenza, Spontanea e insieme torbida, bella in maniera segreta e spiazzante, tutt’altro che esibita e, invece, enigmatica e vissuta, una sintesi di sfumature complesse che irretiscono e intimidiscono gli uomini anzichè (banalmente) limitarsi a sedurli. Continuata un’ascesa che si fa irrestibile con “La notte” di Antonioni, la cui poetica dell’incomunicabiltà ancora libera da manierismi si sposa perfettamente con la raffinatezza di un’interprete capace di servire i ruoli senza cedere nulla della propria profondità, viene premiata come migliore attrice a Cannes del ’60 per “Moderato cantabile” di Peter Brook. Dopo la relazione “esplosiva”, anche sul piano dei sentimenti, con Malle, è però Truffaut a regalarle il ruolo della vita, la Catherine di “Jules e Jim” (’62) che attraversa le sequenze di quel film toccato dalla grazia della poesia con la sua carica di trasgressività impossibile da costringere in uno schema critico predefinito. La fatale caducità che mina la felicità assoluta del ménage à trois riesce a comunicare, in effetti, tutto il cerebrale, corrosivo disincanto del romanzo ” maledetto” di Henri-Pierre Rochè da cui è tratto. Un patrimonio che sarà capito e utilizzato dai grandi cineasti che continuano a considerarla un mito: Losey con “Eva”, “Monsieur Klein” e “La trota”, Welles con “Il processo” e “Falstaff”, Bunuel con “Il diario di una cameriera”, Kazan con”Gli ultimi fuochi”, Wenders con “Fino alla fine del mondo”, senza contare le repliche con Malle (“Fuoco fatuo” e”Viva Maria!) o Truffaut (lo straordinario noir “La sposa in nero”). Negli anni ’70 e ’80 arriva il tempo dei film meno memorabili, ma quasi sempre di ottima fattura e sicura godibilità (“Monte Walsh”, “I santissimi”, il controverso “Querelle de Brest”, il postmoderno “Nikita”). Mentre non trascura il teatro e la tv, si sposa ancora due volte (ma con Friedkin il legame dura assai poco), dirige tre film modesti, riceve riconoscimenti importanti come l’Orso d’oro alla carriera alla Berlinale del 2000 e si presta con curiosità a giovani registi-cinefili come il nostro Andò (“Il manoscritto del Principe”), Ozon, (Il tempo che resta”), Gitai (“Carmel”), così come al venerabile De Oliveira (“Gebo e l’ombra”). Welles, grandioso anche nei suoi slanci amorosi, la definì una volta “la più grande attrice del mondo”. Non è vero, la Moreau è la Moreau e questo basta abbondantemente per consegnarla all’empireo della settima arte.

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