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Pubblicato il 12 ottobre 2017 | da Valerio Caprara

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Jean Rochefort

Nell’ultimo film di una sterminata carriera –circa 150 titoli e quattro premi Cèsar, per non parlare dell’elenco altrettanto nutrito delle prestazioni televisive- Jean Rochefort tratteggia un inaffidabile malato di Alzheimer (“Florida”, 2015). Tutt’altro che un’epigrafe congrua perché l’attore morto ieri a Parigi, dove era nato 87 anni fa, è stato fino all’ultimo uno dei più lucidi, dinamici e professionali rappresentanti della scena francese, la più operosa e versatile maschera dagli anni Cinquanta a oggi del glamour nazionale.

Anche se gli spettatori più giovani lo riconoscono soprattutto nella serie beneficata dalla simbiosi col regista Patrice Leconte che ha nella commedia onirico-erotica “Il marito della parrucchiera” (1990) il suo vertice, l’ex compagno di corso di Jean-Paul Belmondo al Conservatorio della capitale ha modulato e caratterizzato, infatti, con il suo impareggiabile garbo, la sua figura alta e dinoccolata e i suoi baffi malandrini quasi tutti i registri a disposizione dei migliori artigiani ed autori d’oltralpe. Dai film cappa e spada come “Cartouche” ai thriller come “Sinfonia per un masacro”, dalla popolare serie di “Angelica” al simenoniano “L’orologiaio di Saint-Paul, dal paranormale chabroliano di “Profezia di un delitto” all’epico e misconosciuto capolavoro di Schoendoerffer “L’uomo del fiume”, Rochefort non perde mai il carisma pur valorizzando sino al più microscopico dettaglio, come hanno saputo fare solo i maestri hollywoodiani del ‘secondo ruolo’, le diverse peculiarità del personaggio affidatogli.

Indubbiamente, però, la commedia definibile “alla francese” gli ha consentito di rimarcare al massimo le doti, per così dire, naturali d’inesauribile gagman, simpatica canaglia, insinuante dongiovanni, sempre impeccabilmente a suo agio nelle sceneggiature di classico stampo teatrale borghese così come nell’uniformarsi alle atmosfere trasgressive e provocatorie care a registi senza tempo come Luis Bunuel (“Il fantasma della libertà”). Lo confermano, del resto, sia gli ineffabili protagonismi in “Certi piccolissimi peccati” di Yves Robert o “Ridicule”, sia i cammei un po’ sbracati inclusi in Pret-à-porter di Altman o “Asterix & Obelix al servizio di Sua Maestà”. Se dovessimo, però, rendergli omaggio con un solo film del cuore sceglieremmo “L’uomo del treno” (2002), ancora di Leconte, in cui interpreta sublimamente un depresso professore in pensione rivitalizzato dall’arrivo nel suo soporifero paese del rapinatore Johnny Hallyday.

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  • Silvia Genova

    DNe “L’uomo del treno” i silenzi dei due protagonisti valgono più di mille discorsi

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