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Pubblicato il 27 settembre 2008 | da Valerio Caprara

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In morte di Paul Newman

La nostalgia non c’entra. Paul Newman ha avuto tutto, ma proprio tutto ciò che all’alba dei Duemila può ancora definire un divo. Innanzitutto bellezza, fascino e carisma; poi costanza, determinazione, intelligenza; infine grandi registi e formidabili partner che gli hanno cucito addosso su misura una serie di titoli col posto garantito nella storia del cinema. Sarebbe bastato il fisico da sballo, con il profilo scolpito, il volto da statua romana, la bocca sensuale e lo sguardo blu quasi illuminato dall’interno e quindi in grado di esprimere le più sottili sfumature emotive e psicologiche; ma a sospingerlo davvero è stato il dna professionale e umano che ne ha fatto per un paio di generazioni l’attore di riferimento, quello che ha riempito il vuoto causato dalla morte precoce di James Dean e Monty Clift e dall’egocentrismo ciclopico di Brando, il perfetto antieroe che ha incarnato al meglio le ribellioni e le idiosincrasie dei tempi di cambiamento cantati dall’ugola arrochita di Bob Dylan. Rampollo di una famiglia benestante di Shaker Heights, Ohio, devoto agli ideali progressisti, appassionato d’automobilismo (nel ’79 arrivò secondo alla 24 ore di Le Mans) e confortato da un’inossidabile armonia coniugale (dopo il divorzio dalla mogliettina di gioventù, Jackie Witte, dalla quale ebbe tre figli, sta insieme a Joanne Woodward da cinquant’anni filati), Newman ha tramandato una galleria di personaggi indimenticabili, ora segnati dall’odio verso il padre o da una follia animalesca, ora mossi da una divorante ambizione, ora aggressivi donnaioli incapaci di tenerezza, ora così vulnerabili da venirne condannati a una desolata solitudine o al martirio societario. La sua griffe, il suo tratto vincente restano, però, legati strettamente alla figura del giovane nevrotico, del ribelle confuso e arrabbiato che decide per sopravvivere di ‘separarsi’ dagli altri e di rinchiudersi nel suo mondo interiore, un guscio protettivo dal quale continua a trasmettere fremiti sensuali e vibrazioni devastanti. Non a caso le ragazze emancipate dal big bang del Sessantotto duellarono, inaugurando il mito di “Butch Cassidy”, sul primato del sex-appeal da assegnare a uno solo dei romantici banditi Newman & Redford (col primo avvantaggiato dalla scena in cui cerca di sedurre Katharine Ross andando in bicicletta sulle note della canzone di Burt Bacharach “Raindrops Keeps Fallin’ On My Head”).

Ha vinto solo nel 1986 l’Oscar grazie a “Il colore dei soldi” di Scorsese, in cui fa rivivere il campione di biliardo “Fast” Eddie Nelson interpretato venticinque anni prima in “Lo spaccone”. Evento occasionale e discutibile, che indica peraltro la continuità di una carriera attraverso cui ha imparato a disciplinare e quindi a ottimizzare le caratteristiche, i gesti, le espressioni, persino il modo di muoversi, camminare o sorridere precocemente impiantati dall’Actors Studio. Congedato dal corso allievi ufficiali nel ’43 perché daltonico, Newman studia economia al Kenyon College di Gambier, ma inizia ben presto a recitare in compagnie estive fino a quando, dopo la scomparsa del padre, decide d’iscriversi ai corsi teatrali dell’Università di Yale. Nel febbraio del ’53 già recita in una grande produzione di Broadway, “Picnic” di William Inge, ottenendo positivi riscontri nonostante lavori in un ruolo di supporto. Il passo successivo e pressoché obbligato è quello d’iscriversi alla scuola di Strasberg e Kazan, alla quale, come ha più volte dichiarato, spettano tutte le lodi o tutti i rimproveri per ciò che ha raggiunto come attore. Una volta esordito sullo schermo trova naturale, insomma, immergersi nella trance di personaggi smisuratamente ossessivi e pericolosamente autodistruttivi: “Lassù qualcuno mi ama” (’56) è appena il suo terzo film e dal ’58 in poi quasi ogni sua performance coincide con un cult-movie.

Succede infatti che in “Furia selvaggia” e “La lunga estate calda”, “La gatta sul tetto che scotta” e “Dalla terrazza”, “Exodus” e “Lo spaccone”, “La dolce ala della giovinezza” e “Hud il selvaggio”, “L’oltraggio” e “Il sipario strappato” le propensioni da adorabile bastardo e seduttore suo malgrado si sposino benissimo alle tensioni di caratteri tesi sulla corda dello shock e i manierismi del metodo Stanislavsky (fissare il vuoto con gli occhi sbarrati, abbassare la testa a poco a poco verso terra ecc.) si riscattino nell’ulcerata sensibilità di una corsa esistenziale a perdifiato o nella dedizione totale a un’avventura senza regole né scopi. L’erotismo di Newman –tanto prorompente da costringersi alla suggestione e all’allusione- si fa esplicito e quindi decisamente antagonistico proprio sull’abbrivio della rivoluzione giovanile, quando “Hombre”, “Nick Mano Fredda” il cui poster originale (“Cool Hand Luke”) troneggia nell’appartamento del magnifico perdente di “La 25esima ora” di Spike Lee e, appunto, “Butch Cassidy” diventano manifesti generazionali per come contrappongono la tumultuosa libertà dei sensi ai doveri dell’etica e della politica, il piacere dell’insubordinazione permanente allo squallore della legge e dell’ordine.

Come regista di cinque titoli (ma ha anche firmato un corto cechoviano e un film per la tv) non ha toccato vertici d’eccellenza, anche se “La prima volta di Jennifer” (’68), “Sfida senza paura” (’71) e “Harry & Son” (’84) rientrano appieno nella sapiente misura di un artista da sempre convinto che per recitare bene “bisogna assorbire la personalità degli altri e aggiungere qualcosa della propria esperienza”. Negli ultimi anni si è dedicato principalmente alla Fondazione di beneficenza intestata al figlio morto per overdose e al suo ristorante nel Connecticut… Ma quando il suo primissimo piano radioso e sofferente è apparso per l’ultima volta nell’inquadratura-clou di “Era mio padre” di Sam Mendes (2002), persino gli spettatori troppo giovani o quelli disinteressati o indifferenti percepivano che il cinema tornava ad essere il cinema esattamente in quel fatidico momento.

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