All Movies Magazine

Pubblicato il 27 agosto 2017 | da Valerio Caprara

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In morte di Jerry “il Picchiatello”

Nel momento più intenso della guerra fredda tra cinema italiano e cinema americano, inasprito dall’egemonia della critica post-neorealistica, il nome e i film di Jerry Lewis rappresentavano uno dei punti di massima polemica. Infatti al grande successo e alla straripante popolarità di The ID (come lo chiamavano i fan abbreviando l’affettuoso nomignolo “The Idiot” ) in patria, corrispondeva da noi la diffusa idea di un comico banale, insulso, esponente perfetto della tipica demenzialità americana. Solo alcuni cinèfili coraggiosi, in sintonia con la  strenua rivalutazione critica operata nel corso degli anni Sessanta dai ‘giovani turchi’ parigini generati dalla Nouvelle Vague, osavano celebrare la genialità assoluta ed eversiva dell’attore scomparso ieri a novantuno anni. Quell’adulto perennemente infantile, dai movimenti simili a quelli di uno snodatissimo pagliaccio e dalla risata e la smorfia sguaiate, detto anche The Ugly -il bruttissimo- signore e padrone delle esilaranti (dis)avventure di titoli destinati a diventare di culto come “Mezzogiorno di fifa” o “Il nipote picchiatello” (doppiati come meglio non si potrebbe dal mitico Carletto Romano) era anche, sorprendentemente, un idolo della Hollywood glamour, sposato ma seduttore, nevrotico ma in grado di fare impazzire le pupe non solo nella finzione dei set, partner indispensabile di Dean Martin nei trionfi di una delle coppie comiche più irresistibili della storia del cabaret, del cinema e della tv.

Nato dalla coppia jewish Daniel Lewis/Rae Levitch a Newark il 16 marzo 1926, si distingue in senso negativo in una carriera scolastica fitta di trasferimenti a causa del carattere ribelle e la scarsa attirudine allo studio fino a quando viene espulso dal collegio di Irvington per aver aggredito un insegnante che sparlava degli ebrei. Classico ragazzo che sbarca il lunario facendo di tutto -dal magazziniere di una fabbrica alla maschera di un cinema di Brooklyn-, sfugge al servizio militare a causa di una menomazione all’udito e inizia a girare il paese mettendo in scena in locali non di primo piano spettacolini autoprodotti di sketch e imitazioni di cantanti sulla cresta dell’onda. Sposato una prima volta con la cantante Esther Calonico da cui ha avuto sei figli (con la seconda moglie, SanDee Pitnick, conviveva tutt’ora), incontra ventenne ad Atlanta il bellone Dino Crocetti, in arte Dean Martin, il classico crooner in grado d’incantare le platee dei night con il suo repertorio “confidential”: è il colpo di fulmine artistico, destinato a crescere nel corso dei successivi dieci anni e fonte di una fama prima a livello nazionale e poi internazionale. La Paramount, infatti, non si fa sfuggire l’occasione e li scrittura per una serie di film che costano poco ma incassano molto in un crescendo che entra di diritto nella storia del cinema non solo brillante e non solo americano. Da “La mia amica Irma” a “Irma va a Hollywood”, da “Attente ai marinai” a “Morti di paura” e “Il nipote picchiatello”, la folle, scimmiesca irruenza di Jerry si scontra per finta con la felina indolenza dell’italiota sciupafemmine imprimendo paradossalmente a quelle pellicole senza velleità intellettuale un quid snobistico ed elitario, non a caso pronto a fondersi con il moderno stile decostruito di un regista tardivamente rivalutato come Frank Tashlin.

Quando i due si separano nel 1956, sembra che Martin ne tragga vantaggio perchè si fa valere in film di maggiori budget e ambizione, ma anche in questo caso i media specializzati non colgono l’eccezionale crescita del pazzoide Jerry, la cui comicità tenta sempre più arditamente di coniugare la sfera dell’assurdo con quella del credibile e/o del quotidiano (“Il delinquente delicato”, “Il marmittone”). Imbeccati a dovere dagli esegeti nutriti dai “Cahiers du cinéma” e/o “Positif”, anche gli studiosi italiani cominciano a capire come Jerry -esattamente come hanno fatto o stanno facendo i Chaplin e i Keaton, Stanlio e Ollio e Tati, per non parlare del misconosciuto Totò- non smetta mai di fare emergere dall’impossiblità di essere normali quanta tragedia, quanta sofferenza e quanta consapevolezza dell’amaro destino umano possa sprigionare l’idiozia del fool. Tashlin, come premesso, è, insieme al più tradizionalista Norman Taurog, l’artefice principale di questa chimica inimitabile, dirigendolo tra il ’55 e il ’64 in otto pietre miliare del cinema brillante di tutti i tempi, tra cui “Artisti e modelle”, “Il balio asciutto”, “Il Cenerentolo”, “Dove vai sono guai” e “Pazzi, pupe e pillole”. Premiato con il Leone d’oro alla carriera alla 56esima edizione della Mostra di Venezia, viene a poco a poco riconosciuto al di là della “bravura” estemporanea, come il pontiere tra screwball e slapstick, lo stand up comedian, insomma, che con le parole e i gesti è in grado di documentare dal vivo, ma anche davanti all’occhio gelido della cinepresa l’inafferrabilità del mondo fisico e l’inanità delle contorsioni mentali operate da tutti i suoi abitanti. Regista di molti dei suoi film e ideatore (forse imitato da Benigni) dell’allucinata risata derisoria contrapposta all’orrore dell’Olocausto, si è fatto amare, ma stranamente anche contestare come deus ex machina del famoso programma televisivo “Jerry Lewis MDA Telethon” nato con lo scopo di raccogliere fondi a favore dell’associazione che aiuta i malati di distrofia muscolare. Sia pure con il corpo ridotto a una massa informe di dolori causati dal susseguirsi di svariate e gravi patologie, non ha mai smesso di battersi alla sua maniera per il pubblico, come dimostrano i formidabili film interpretati nel lungo declinare di carriera: “Re per una notte” (1983) di Scorsese e “Il valzer del pesce freccia” (1992) di Kusturica. Più che registi celebri, due tra i milioni di ammiratori.

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