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Pubblicato il 4 novembre 2018 | da Valerio Caprara

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In morte di Carlo Giuffré

Qualcuno potrebbe pensare che Carlo, grande attore di teatro, si vergognasse della sua filmografia. Sterminata sì, però marchiata dal lungo elenco delle interpretazioni che lo resero uno dei personaggi più noti e cari al pubblico dell’ultimo atto della commedia all’italiana, il vituperato (ma oggi semi-rivalutato) filone sexy in auge nei Settanta. Le cose, invece, non stanno così perché in sintonia con la propria forte personalità l’attore non ha mai fatto penitenza né tantomeno accampato il solito piagnisteo delle “ragioni alimentari”; anche perché gratificato dai successi ottenuti in palcoscenico, il più piccolo dei fratelli maturati all’ombra di Eduardo ha finito col convincersi che in radio, tv e soprattutto cinema potesse e dovesse sfruttare sino in fondo la propensione a due ruoli divergenti: da un lato quello di bello, dotato di fisico e di fascino nonché di un surplus di baldanza machista, dall’altro quello di comico, corroborato dalla naturale tendenza alla derisione e lo sberleffo. Esordiente nel ’50 nel cast di “Napoli milionaria”, inizia a farsi riconoscere come caratterista nei redditizi titoli della serie B che ammiccano all’ingenuo sentimentalismo della sua città (“La domenica della buona gente”, “… e Napoli canta”, “Onore e sangue”), ma già con “Il ferroviere” di Germi nel ’56 acquista maggiore spessore recitativo grazie al personaggio del droghiere Renato, costretto a sposare la figlia del protagonista dopo averla messa incinta.

Prestante, disinvolto e abile nel fare balenare un certo glamour personale anche nelle apparizioni meno consistenti (“Primo amore”, “La contessa azzurra”, “Madame Sans-Gene”), s’inserisce bene nel delizioso “Leoni al sole” del conterraneo Caprioli e dimostra inedite qualità fregolistiche come protagonista di tutti e quattro gli episodi di “Bianco, rosso, giallo, rosa” di Mida. All’alba dei Sessanta s’afferma nei tanto rimpianti sceneggiati televisivi, contribuendo tra l’altro al successo di capolavori del genere come “Tom Jones” e “I giacobini”, ma bisogna aspettare la fine della decade per ritrovarlo sul grande schermo in una delle migliori performance di sempre: in “La ragazza con la pistola” di Monicelli (’68) è infatti il caliente siciliano Macaluso che seduce per errore e poi abbandona una straordinaria Monica Vitti che lo inseguirà nella swinging Inghilterra dell’epoca. Questa forzatura caricaturale del seduttore impenitente diventa, in effetti, lo stampo su cui si sbriglieranno le variazioni richiestegli all’apogeo della succitata commedia cosiddetta pecoreccia: una collana di farse incontinenti, beneficate dall’umorismo più politicamente scorretto fino ad allora mai osato sullo schermo, dagli show dei beniamini del pubblico come Buzzanca, Banfi, Montagnani o Carotenuto e dall’avvenenza liberata e liberatoria –checché ne pensino le femministe più arcigne- di partner come Fenech, Guida, Bouchet, Rizzoli. Certo non passeranno alla storia titoli un tantino, come dire, espliciti del tipo “”La signora gioca bene a scopa?”, “Quel movimento che mi piace tanto” o “La signora ha fatto il pieno”, ma non è che l’indomito Carlo si sia aggrappato al Geppetto interpretato nel funesto “Pinocchio” di Benigni (2002) per riscattarsi e chiedere l’assoluzione ai sacerdoti del cinema d’arte e d’essai: “Benigni ha tagliato intere sequenze dove recitavamo insieme e l’ha fatto apposta. Comunque il film andò malissimo e per me lui non è un grande comico, sta solo sempre lì a saltare sulle sedie”.

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