Recensioni

Pubblicato il 25 maggio 2019 | da Valerio Caprara

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Il traditore

Il traditore Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: La parabola criminale e giudiziaria di Tommaso Buscetta, il pentito di mafia più celebre di sempre, sullo sfondo del ventennio che va dall’inizio degli anni Ottanta, contrassegnato dalla guerra intestina di Cosa Nostra tra i vecchi clan e i corleonesi di Riina, alla morte negli Usa per malattia del protagonista.

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Basta dire che “Il traditore” è un grandissimo film e che Marco Bellocchio a 79 anni sembra il più giovane, indomito e versatile dei registi? No, non basta perché nella storia ufficiale del nostro cinema vige la pigra la tendenza a beatificare gli autori consacrati e spedirli al pantheon senza stare tanto a sottilizzare, mentre nel corso della sua carriera votata alla ricerca, alla classe, all’indipendenza non sono, invece, mancati i veleni e i rimbrotti ogni qual volta si è ritenuto che si allontanasse dalla strada artisticamente e politicamente allineata e corretta. Non è dunque un caso che anche in questa complessa, stratificata e tumultuosa incursione nelle oscure vicende della vita, i misfatti e gli scoop mediatico-giudiziari di Don Masino Buscetta, il pentito italiano di mafia più celebre di sempre, il cineasta piacentino proceda in equilibrio tra le serrate ricostruzioni storiche (comprendenti spezzoni d’archivio per una volta non scontati o riempitivi) e i continui intarsi antropologici e psicologici con un taglio narrativo atipico, al tempo stesso raffinato e popolare. Nonostante la durata impegnativa e il reticolo di diramazioni drammaturgiche che vanno dal clamoroso al bizzarro e al tragico, infatti, “Il traditore” mantiene la barra del racconto dritta ora rievocando Rosi e in particolare “Salvatore Giuliano” (ma anche “Il camorrista” di Tornatore), ora costeggiando i capidopera di Scorsese e Coppola, ora allestendo ideali quinte teatrali entro cui concentrare i punti di fusione di un intrigo fitto di private e pubbliche ambiguità e di realtà bifronti.

Ed è qui che emerge lo scarto geniale dalla babele sociologica e mediatica che grava sul ventennio che va dall’inizio degli anni Ottanta, contrassegnato dalla guerra intestina di Cosa Nostra tra i vecchi clan e i corleonesi di Riina, alla morte negli Usa di Buscetta per malattia: Bellocchio usa il cinema per aprire un secondo fronte nel ventre molle della cronaca, per sfuggire all’indecenza delle strumentalizzazioni spicciole, per tradurre in forma di stile i grumi delle regole ancestrali, le mitologie familiari e le contraddizioni umane incistati negli interstizi del puzzle criminoso e investigativo. Va da sé che la sfida comprendeva il rischio dell’onnipresenza del protagonista ovvero il giocoliere d’espressioni ed emozioni Favino il quale, sia pure immergendosi anima, corpo e voce (con tanto di parlata siculo-portoghese-yankee) nell’incarnazione mimetica di Buscetta, riesce a conferirgli una risonanza interna inedita e scivolosa, furbastra e turpe, tetragona e patetica. Un monumentale eroe negativo circondato da padrini portatori di sopruso e di morte (con Ferracane nel ruolo di Calò allo stesso eccelso livello), insomma, in cui Giovanni Falcone saprà inoculare i germi del tornaconto personale e il desiderio di vendetta che consentirono allo Stato (checché ne dicano i complottisti) di sferrare un devastante colpo alla Cupola.

IL TRADITORE

STORICO/GANGSTERISTICO, ITALIA 2019

Regia di Marco Bellocchio. Con: Pierfrancesco Favino, Fausto Russo Alesi, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Ferracane,

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