Recensioni

Pubblicato il 24 Agosto 2019 | da Valerio Caprara

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Il diavolo esiste

Il diavolo esiste Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpetazioni
emozioni

Sommario: 1952: un infimo impiegato del Ministero di Grazia e Giustizia viene inviato nel Veneto malsano e remoto di Comacchio e dintorni per investigare sul caso del minore che ha ucciso un coetaneo convinto che fosse l’incarnazione del Maligno. Nel corso del viaggio il goffo detective legge con crescenti stupore e ribrezzo i verbali degli interrogatori, dando il via a una serie di flashback che in un groviglio di indizi, depistaggi ed esorcismi lo scaraventeranno, una volta giunto sul posto, al centro del più atroce degli incubi.

3.5


Non si sa se il diavolo esiste, ma di sicuro i fratelli Avati non gli hanno venduto l’anima. Tratto dall’omonimo romanzo di Pupi (Guanda editore) che lo ha adattato per il cinema insieme al fratello e al figlio, “Il signor diavolo” è un horror nutrito dai motivi più tortuosi e inquietanti dell’infanzia e la formazione del regista bolognese, quel retaggio narrativo, cioè, ben noto ai cultori della prima ora che è stato definito “gotico padano” per i motivi lugubri e ancestrali del mondo contadino in cui religione e superstizione si fondono senza remore. Nell’imperversare del cinema fast food cellophanato e insipido e quello nouvelle cuisine destrutturato e cincischiato, insomma, la factory Avati ci riporta con strenuo coraggio al cinema della migliore trattoria dei generi popolari costruiti come dio comanda e concepiti per l’intrattenimento intelligente del pubblico. Sarebbe, in effetti, vergognoso che l’uscita e la distribuzione malagevoli penalizzassero la riconfermata capacità di Avati di rifinire il fascino di un intrigo catacombale con la pertinenza fotografica e scenografica, il controllo delle recitazioni (in primis Capolicchio, Cavina, Roncato, Bonetti, Caselli) e la potenza delle invenzioni orrorifiche curate dallo specialista Stivaletti.

Vietato dilungarsi sulla trama che prende le mosse nel 1952, quando un infimo impiegato del Ministero di Grazia e Giustizia viene inviato nel Veneto malsano e remoto di Comacchio e dintorni per investigare sul caso del minore che ha ucciso un coetaneo convinto che fosse l’incarnazione del Maligno. Nel corso del viaggio il goffo detective legge con crescenti stupore e ribrezzo i verbali degli interrogatori, azionando una serie di flashback e voci off che attraverso un groviglio di indizi, depistaggi ed esorcismi tra il sanguinario, il macabro, il complottistico e l’erotico lo scaraventeranno, una volta giunto sul posto, al centro del più atroce degli incubi. Segnalando come davvero imperdibile il dossier sul cinema nero di Avati pubblicato nel numero in edicola della rivista “Nocturno”, si può certo convenire con la chiave colta del film orientata a fare ritenere il diavolo una proiezione della parte dell’ego condannata e rimossa, il simbolo dell’angoscia provocata dall’irruzione nella coscienza dei nostri istinti di violenza. Però su tutto prevale l’antica e catartica tremarella trasmessa dalla putrescente ragnatela che dallo schermo s’allunga in poltrona.

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