Recensioni

Pubblicato il 24 marzo 2020 | da Valerio Caprara

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I film di Lucia Bosé

Ricordata per la simpatia e la sincerità delle ultime interviste, la Bosé è considerata dalla critica una delle prime figure di dive “mutanti”. All’alba degli anni 50, infatti, quando Cinecittà tenta di contrapporre al profluvio hollywoodiano uno star system autarchico la prima linea è occupata dalle cosiddette maggiorate fisiche (Pampanini, Lollobrigida, Loren), ma tocca proprio all’ex commessa milanese e alla Mangano il compito di offrire modelli meno espliciti e più svarianti di femminilità alla creatività dei registi. Anche se il melodramma bucolico di De Santis “Non c’è pace tra gli ulivi” l’ha vista esordire nelle vesti di contadina contesa fra due uomini, la vera rivelazione avviene non a caso grazie al dittico di Antonioni “Cronaca di un amore” e “La signora senza camelie” in cui è già racchiusa l’essenza delle prerogative che segneranno tanto la sua filmografia quanto la sua vita. Nel primo film, imperniato in controtendenza all’egemonia del neorealismo sulla crisi dei sentimenti e dei valori della borghesia, impersona una ricca signora dell’alta società milanese capace di comunicare al di là dell’eleganza e la bellezza il disagio e l’inquietudine della sua condizione; mentre nel secondo riesce ad aderire in sorprendente scioltezza al ruolo semi autobiografico dell’aspirante attrice vittima di un ingranaggio impietoso di futilità e rapacità. Rispetto alle pin-up che rappresentano –nel benemerito rigoglio del cinema popolare e popolarissimo- il legame del corpo femminile con la terra, la fecondità, il desiderio di rinascita dopo la sterilità prodotta dalla guerra, il suo aspetto e la sua recitazione inaugurano nell’immaginario collettivo il mistero e persino la patologia (Lucia ha sofferto di tubercolosi) di donne delicate, astratte, inquiete, ambigue.

Mai schiava dei cliché e coraggiosamente disposta a rimodellarsi nelle mani di altri pigmalioni accetta la sfida di recitare nei ruoli richiesti da titoli assai diseguali: la sartina del delizioso “Le ragazze di Piazza di Spagna” di Emmer; la ragazza benestante che cerca di rendersi indipendente dalla famiglia in “Roma ore 11” di De Santis; la strenua innamorata nel corrusco “Gli amanti di domani” di Bunuel; l’adultera aristocratica investita dai clamori dello scandalo nell’atipico poliziesco “Gli egoisti” di Bardem; l’operaia sfollata ai tempi della resistenza contro i tedeschi in “Gli sbandati” di Maselli. Dopo le nozze con Dominguìn abbandona l’Italia e il cinema apparendo solo nell’ossessivo e poeticistico “Il testamento di Orfeo” di Cocteau (1959); ma alla fine degli anni Sessanta ritorna sul set inanellando una serie di personaggi eccessivi, spesso debordanti nel tragico e la follia, in cui sa mettere a frutto il piglio e il carisma di una donna matura i cui finissimi tratti sono diventati intensi e severi. Viene così riconosciuta anche da una nuova generazione di spettatori, di volta in volta ammirati o irretiti  dalla matrona costretta al suicidio in “Fellini-Satyricon”, la crudele Glaia nell’allegorico e politico “Sotto il segno dello scorpione” dei fratelli Taviani, la strega per necessità in “Arcana” di Questi, la disperata moglie del presunto untore in “La colonna infame” di Nelo Risi, la crepuscolare maestra di sesso del protagonista in “Metello” di Bolognini o una delle quattro attrici protagoniste di “Storia di un’amicizia tra donne” diretto e interpretato dalla collega e amica Moreau. Indomita e gelosa della propria privacy si concede una nuova pausa tra il ’77 e l’87, durante la quale appare solo in tv nello sceneggiato “La Certosa di Parma”, ma non si sottrae a un “terzo tempo” di tutto rispetto grazie “Cronaca di una morte annunciata” di Rosi, “Volevo i pantaloni” di Ponzi, “L’avaro” di Tonino Cervi, “Harem Suare” di Ozpetek, “I Viceré” di Faenza” e l’ultimo, recentissimo “Alfonsina y el Mar” di Sordella e Benedetti. “Un’esperienza durissima”, ha dichiarato, non sorprendendo peraltro nessuno di coloro che hanno sempre continuato ad adorare la sua incredibile duttilità e la sua incrollabile tenacia.

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