Recensioni

Pubblicato il 10 gennaio 2020 | da Valerio Caprara

2

Hammamet

Hammamet Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Il "Presidente" cioè Bettino Craxi, ormai confinato nell'esilio di Hammamet nel corso dell'apogeo della cosiddetta Tangentopoli, rievoca attraverso incontri, sofferenze per la malattia che lo divora, sogni premonitori e la crescente indignazione per la persecuzione di cui si sente oggetto e i tradimenti opportunistici di molti compagni, alleati o collaboratori, la parabola politica del Psi arrivato a occupare grazie alla sua statura di leader un ruolo decisivo negli equilibri politici della nazione.

2.5


Dopo le grottesche battaglie su “Tolo Tolo” – sarà un po’ più di destra o un zinzino più di sinistra – il nuovo film di Amelio sembrava fatto apposta per rinfocolare gli animi di chi al cinema ama rovistare tra le bucce. Non potendo disporre, però, dell’antidoto alla disputa salottiera costituito dai milioni di euro che Zalone sta erogando al comparto cinematografico, l’esercizio risulterà difficile o quantomeno riservato agli spettatori politicizzati perché “Hammamet” è un film sin troppo chiaroscurato, originato da buone intuizioni drammaturgiche dello stesso Amelio in collaborazione con Alberto Taraglio ma poi a mano a mano reso farraginoso e sfrangiato da diramazioni non tutte essenziali e quasi nessuna emozionante, di tendenza interlocutoria nei confronti del giudizio da dare sul grande politico e di taglio, per così dire, veltroniano nel concedergli una sorta di pacca sulla spalla a mo’ di mezza riabilitazione. A parte i pasdaran del giustizialismo – chissà se rossi di vergogna considerando l’esito attuale delle loro crociate- ben pochi potranno, in effetti, armarsi di sacro furore assistendo a un biopic impostato quasi solo sulla pietas umana per la triste e precoce fine del Cinghialone nonché onorato quanto cannibalizzato dalla performance di un Favino giganteggiante sullo schermo dal primo fotogramma all’ultimo. Siamo stati talvolta critici nei confronti delle incarnazioni ultramimetiche dei protagonisti di una fiction storica, ma in questo caso Favino non si limita a esibire un trucco stupefacente messo a punto con l’ausilio di protesi da circa cinque ore di lavoro al giorno, bensì –più ancora che nell’identikit di Buscetta del recente film di Bellocchio- riesce ad assumere la voce, le pose, i gesti, l’arroganza e la spigolosità e la tempra del combattente dell’ex leader del PSI stremato dal diabete e prossimo ad essere abbattuto dal tornado della cosiddetta Tangentopoli come se fossero parte integrante non tanto della maschera quanto di un se stesso “posseduto” dal fantasma dell’originale.

L’altra faccia della medaglia del mostruoso exploit professionale finisce, così, fatalmente per rimarcare la consistenza sbiadita e sfuggente delle numerose figure –vere o inventate- che accompagnano quello che risulta a tutti gli effetti l’one man show dell’attore romano: la figlia Stefania rinominata Anita, il tesoriere simil-Balzamo l’amante (Ania Pieroni oppure Patrizia Caselli), l’ospite democristiano interpretato da Carpentieri (forse Pomicino), l’ambiguo giovanotto Fausto che s’introduce nella villa tunisina dove Bettino si consumò di indignazione per la caccia senza quartiere scatenatagli contro dai magistrati di Milano, il figlio Bobo che strimpella alla chitarra palesemente inadeguato a sostenere l’urto dei poteri forti ostili al rilievo crescente assunto dal Psi craxiano, dei quotidiani-partito suonanti la grancassa dei forcaioli e del Pci infettato dalle tossine del settarismo antisistema. L’oggettivo squilibrio del film è evidenziato, solo per fare un esempio, anche dalla differenza di slancio narrativo e ritmico percepibile tra il prologo ambientato nel 1989 –nel corso del fastoso e unanimistico climax congressuale annegato nella ridondante musica di Piovani- e la serie di sottofinali e finali di dubbio gusto e riferimenti criptati che svariano tra una superflua visita al manicomio, l’auto-visione mortuaria di se stesso a piedi nudi tra i pinnacoli del Duomo della “sua” Milano o l’ammiccante fellinismo di una sguaiata pantomima da avanspettacolo. Amelio tenta di fare uscire più volte il film dalla tenaglia di una posizione titubante, un mezzo passo in avanti/un deciso passo all’indietro, in cui anche la dimensione da tragedia greca della storia non emerge con la prepotenza che avrebbe meritato. “Si possono esprimere opinioni contrarie in modo non fazioso”, ha chiosato il regista. Peccato che ancora oggi nell’arena politica non lo condivida e lo applichi nessuno e che per fare un grande film sul caso Craxi ci sarebbe voluto qualcosa di molto più audace e corposo.

 

HAMMAMET

DRAMMATICO, ITALIA 2020

Regia di Gianni Amelio. Con: Pierfrancesco Favino, Giuseppe Cederna, Luca Filippi, Livia Rossi, Silvia Cohen, Renato Carpentieri, Claudia Gerini

 

 

 

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  • Raffaele Abbate

    sarei indotto a vederlo per la performance mimetica-interpretativa di Favino, ma non credo che ci andrò, non mi interessa la storia del Cinghialone da qualunque parte la si guardi pro o contro. Mi aspetto sul tema una puntata di Passato e Presente con Paolo Mieli

    • Valerio Caprara

      ahahah, non male il suo post… Però, comunque la si pensi, il Cinghialone è stato un uomo politico davvero “spettacolare”…

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