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Pubblicato il 11 maggio 2019 | da Valerio Caprara

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“Giacomo Debenedetti e il cinema” (a cura di Orio Caldiron)

Quanto più le sale si svuotano, tanto più gli scaffali si riempiono. L’inarrestabile caduta del box-office non riguarda, in effetti, l’editoria cinematografica che non è mai apparsa altrettanto sovrabbondante: purtroppo, però, nella maggior parte dei casi si tratta di libri che sull’argomento hanno poco da aggiungere al di là delle dissertazioni marginali o autoreferenziali. Fa felicemente eccezione Giacomo Debenedetti. Cinema: il destino di raccontare (La nave di Teseo/Centro Sperimentale di Cinematografia, pp.384, 25 euro) in cui Orio Caldiron ha raccolto tutti gli scritti cinematografici del finissimo intellettuale e accademico ebreo (1901-1967) che è stato uno dei maggiori critici letterari italiani ma anche, come pochi tra gli addetti ai lavori ricordano, un cinefilo militante, un recensore combattivo, uno sceneggiatore e in un’occasione persino aiuto regista e soprattutto un teorico tutt’altro che snobistico o occasionale della settima arte. Caldiron, a sua volta docente e critico già presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia, potrà chiarire al meglio il complesso e benemerito lavoro di reperimento e recupero nell’incontro di oggi alle 15 al Dipartimento degli Studi Umanistici di via Porta di Massa della Federico II a cui parteciperanno molti studiosi cittadini moderati da Gino Frezza e Matteo Palumbo.

La parte a lungo sommersa dell’iceberg Debenedetti, concentrata negli anni che precedono la seconda guerra mondiale (nel dopoguerra l’interesse per il cinema passò alquanto in secondo piano), propone non solo predilezioni assolute come quella per Chaplin, ma anche e soprattutto acquisizioni metodologiche e sistemazioni concettuali tanto anticipatrici per l’epoca quanto incredibilmente vivide in tempi di diffuso disincanto nei confronti delle sorti dell’ex arte chiave del Novecento. Tra il ’37 e il ’38, in particolare, i suoi saggi e articoli su quotidiani e riviste appaiono come atto fondativo della critica cinematografica come sarà intesa e praticata negli anni successivi in piena temperie neorealista e, seppure segnata da corrività e usure, sino a oggi. Non è inopportuno, infine, sottolineare le visioni lungimiranti e le prese di posizione anticonformiste –sull’importanza del divismo, sui “segreti” di Topolino, sulla crucialità del genere avventuroso, sul ruolo non demonizzabile dell’industria culturale, sull’”autore plurale” contrapposto alla figura dell’autore Unico e Ineffabile, sul cinema americano da considerare “sempre come un esempio e un punto di arrivo”) che potrebbero provocare qualche collasso tra le fila degli odierni e non di rado disdicevoli adepti.

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