Recensioni

Pubblicato il 16 Novembre 2016 | da Valerio Caprara

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Fai bei sogni

Fai bei sogni Valerio Caprara
Soggetto e sceneggiatura
Regia
Interpretazioni
Emozioni

Sommario: La difficile ricostruzione della propria identità operata da un giornalista diventato noto e autorevole, ma a lungo condizionato dalla profonda ferita provocata dalla prematura e repentina morte della madre.

2.8


Un film di levatura superiore, non esente da difetti, ma, vivaddio, messo in scena con una classe che non è moneta corrente nel cinema italiano odierno. Marco Bellocchio, spinto da motivazioni che non si rinchiudono nei sarcofaghi del cinema di genere né di quello d’autore, va forse al di là del bestseller di Gramellini “Fai bei sogni” coinvolgendo nella sceneggiatura uno scrittore importante come Edoardo Albinati, affidandosi alla fotografia di un fuoriclasse assoluto come Daniele Ciprì e amalgamando un cast ricco di spessore e di talento. Il risultato è in gran parte memorabile per come si traspone senza prenderlo alla lettera il romanzo autobiografico dell’autorevole firma di “La Stampa”, cioè l’adulto che nell’incipit ritorna nella casa del padre dopo la sua morte. Il pericolo del patetismo era incombente, quindi davvero colpiscono la pertinenza e l’asciuttezza con cui il film rievoca il crollo della vita felice del protagonista novenne causato dall’inspiegabile e repentina morte della giovane mamma.

Si percepisce subito, insomma, come il regista faccia vibrare le sue migliori corde all’unisono dell’ostinato rifiuto del bambino di elaborare il lutto come tutti (la famiglia, il buon senso, la società) ritengono di chiedergli: l’unico appiglio alla realtà diventa, così, l’amore per l’indomito spirito del “Toro”, la squadra di calcio che costituirà il tramite per la futura carriera giornalistica. Il tempo reale e quello, essenzialmente simbolico, del cinema si rincorrono, si sfiorano, si divaricano disegnando, così, sull’andirivieni narrativo dello schermo il reticolo delle inclinazioni e i caratteri di una “piemontesità” e di una generazione che oggi si rispecchiano (con qualche eccesso di perbenistica ovvietà) nella concezione del mondo e del mestiere, pour cause, gramelliniani. Se i passaggi più tradizionali, che vanno dall’intuizione di un improbabile direttore che gli regala la chance della rubrica in prima pagina all’aneddotica dell’incontro fortunato con la donna della vita, non reggono il salto dalla suggestione alla trasfigurazione e, in parole povere, risultano un po’ inceppati, la costante irruzione d’immagini potenti fa sì che il film riafferri ogni volta il bandolo dell’inimitabile sensibilità registica. Mastandrea per alcuni spettatori e recensori si rivelerebbe fuori parte, ma non è affatto detto che l’estremismo dell’imitazione fisica (talvolta sfociante nell’effetto-Bagaglino) sia obbligatorio o che la luce affaticata, oscura, dissipata irradiata dagli sguardi e i ritegni di un attore così intenso risulti minata dal dna romanocentrico. In questo senso anche gli inserti della tv anni ’60 e soprattutto del tenebroso sceneggiato “Belfagor” schivano il birignao vintage e riescono a incarnarsi in una sorta di collante tra l’insanabile ferita interiore e l’incoercibile volontà di sopravvivere e progredire.

FAI BEI SOGNI

Regia: Marco Bellocchio

Con: Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo.

Drammatico – Italia 2016

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