All Movies Magazine

Pubblicato il 5 novembre 2017 | da Valerio Caprara

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E ora tocca a Dustin…

La storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa ha detto un signore, Karl Marx, che di sale in zucca ce n’aveva. Ma a Hollywood e dintorni ormai hanno perso il conto e la valanga di accuse e confessioni retrodatate innescate dal Weinstein-gate rischia di creare uno show permanente in cui non sai più distinguere la paranoia dall’ipocrisia, la distorsione del passato dallo sconcio del presente. E l’America, il grande paese che ci ostiniamo ad amare nel segno del suo dna libertario, invece di perfezionare una strategia contro il terrore sembra voluttuosamente immersa in questo nauseabondo processo postumo alla moralità dei divi dello spettacolo e alla correttezza dei loro comportamenti sessuali nel corso dell’intera vita. Mentre via via si gonfiano le accuse infamanti contro Kevin Spacey, infatti, sembra che la gogna tocchi nelle ultime ore a Dustin Hoffman, altro grande attore, altro beniamino del pubblico e altro testimonial delle migliori stagioni del cinema statunitense.

E’ difficile a questo punto persino raccapezzarsi tra racconti pruriginosi che sembrano a loro volta nati dalle sceneggiature dei melodrammi anni Cinquanta e accurate quanto compiaciute descrizioni di tentativi di seduzione operate dai reprobi ai danni d’innocenti giovanetti il cui pudore solo oggi ha trovato il coraggio d’offrirsi in pompa magna al famelico appetito del voyeurismo intercontinentale. La parte del leone, non fosse altro che per la primogenitura mediatica e la tipologia alquanto goffa di giustificazioni esternate a discarico resta appannaggio del malcapitato Spacey, il cattivo della fiction “House of Cards” trasformatosi in cattivo della porta accanto: il secondo, per adesso, a farsi avanti è stato un signore ospite della nota anchorwoman della Bbc Victoria Derbyshire, decisosi a rivelare in diretta che quando aveva diciassette anni conobbe l’attore a Broadway, accettò di seguirlo a casa sua e si risvegliò il mattino seguente sul divano del salotto con il buon Spacey “in mutande appoggiato con la testa sul suo stomaco”. E non è il caso, purtroppo, di seppellire l’episodio sotto una bella risata perché le agenzie stanno additando al pubblico ludibrio anche le circostanze rievocate (si fa per dire) dall’attore messicano Cavazos riguardanti le molestie (palpeggiamenti per chi aspirasse al referto poliziesco) subite da lui stesso e altri colleghi al bar dell’Old Vic quando Spacey ne era l’acclamato direttore artistico. “Io non l’ho tollerato, ma conosco gente che aveva paura di fermarlo”: il dado è tratto, insomma, affinché –come non ha avuto vergogna di precisare lo stesso poveretto- molte altre persone trovino il coraggio di raccontare le proprie disavventure nei prossimi giorni e settimane. Non è compito nostro esprimere giudizi morali in astratto, ma quello che possiamo dire è che il clima assomiglia maledettamente a quello della caccia alle streghe in epoca maccartista.

Ancora più doloroso, se è consentito stilare una classifica delle storiacce che stanno raccontandoci ogni giorno con maggiori punti esclamativi e sottintese didascalie che scimmiottano l’eterna imprecazione-scappatoia “O tempora! O mores!”, è il calvario prospettato al puccolo grande uomo entrato nell’immaginario collettivo grazie al capodopera “Il laureato”. Parla, per esempio, Anna Graham Hunter che sull’”Hollywood Reporter” ha sostenuto che l’attore oggi ottantenne la palpeggiò e fece nei suoi confronti allusioni sessuali nel 1985, quando l’allora diciassettenne scrittrice lavorava come stagista sul set del film per la v “Morte di un commesso viaggiatore”. Ripreso forse per caso il suo diario, la signora non lesina particolari per la verità non proprio clamorosi: “Oggi, quando stavo accompagnando Dustin alla sua limousine, mi ha toccato il sedere quattro volte. L’ho colpito ogni volta forte e gli ho detto che era un maiale”. E lo sventurato, verrebbe da dire, ha già risposto con una dichiarazione che riflette la paura dell’animale braccato quando la muta con le zanne sguainate sta per raggiungerlo: “Ho il massimo rispetto delle donne e mi dispiace terribilmente che qualsiasi cosa io possa aver fatto possa averla messa in una situazione spiacevole. Mi dispiace. Non riflette ciò che sono”.

Ovviamente le denunce degli scandali postdatati pongono tutte nella luce migliore possibile le presunte vittime, inducendo più che un sospetto di cinismo, ipocrisia e strumentalizzazione. Ma l’aspetto più inquietante di questo circo di autoflagellazioni trova, come forse è obbligatorio, una risposta delle istituzioni preposte tutt’altro che sazie del gossip: la polizia di Berverly Hills, per esempio, ha annunciato ieri di avere aperto inchieste penali sulle denunce ricevute sul conto di Weinstein e dello sceneggiatore e regista James Toback, quest’ultimo al centro secondo il “Los Angeles Times” di accuse da parte di oltre (addirittura) trecento donne. Weinstein, per di più, sarebbe sotto inchiesta per aggressione sessuale e stupro anche a New Yrk e Londra. Ognuno, a questo punto, è libero di farsi un’opinione, a patto che riesca a districarsi dai brandelli non proprio gradevoli della sporca materia frullata nel mega-ventilatore: curiosamente sembra che all’improvviso dal coté affascinante del maledettismo artistico, della vita in qualche modo coerentemente depravata dei geni della dissimulazione, di quel mondo sregolato e sconsacrato che nell’antichità veniva ritenuto non a caso equivoco e inadatto alla vetrina societaria, si pretendono i comportamenti più specchiati, il trend esistenziale più normalizzato, la condizione domestica più smielata. Tranne poi ad insorgere se a qualcuna delle (sia pure eccellenti) personalità museificate, se non espurgate nel nome e nel segno del benpensantismo progressista –come Polanski o Pasolini- viene solo vagamente ascritta per dovere di cronaca o per solerzia di biografo qualche abitudine non proprio immacolata. Difficile prevedere come avanzerà l’onda degli scoop che, per la loro natura spesso paradossale, potrebbero estendersi a macchia d’olio e sbattere in prima pagina altri mostri non solo del mondo del cinema e del teatro frivolo per definizione, ma anche di ambienti meno chiacchierati e, perché no, delle piccole storie delle piccole vite di uomini e donne terribilmente simili a tutti noi. Come hanno, tra l’altro, splendidamente raccontato e tramandato proprio show di eccezionale vividezza linguistica, inaudita capacità psicologica e altrettanta acutezza profetica come le serie tv “The Sex and the City”, “House of Cards”, “Breaking Bad” o “Billions”. Chiudere gli occhi del tutto certo non si può, ma resta il dovere di reagire al tritacarne neopuritano con animo sgombro da pregiudizi, di considerare per quanto possibile caso per caso e di non coltivare a comando l’assurda idea dei personaggi che sarebbero “colpevoli” di non dissociarsi nel privato da quelli della più svariata risma interpretati sulla scena. Coloro che si fregano le mani e godono nel venire a conoscenza dei presunti vizi privati degli idoli evidentemente nell’intimo invidiati assomigliano, in pratica, alle ricamatrici che al culmine del massacro purificatore giacobino applaudivano entusiaste davanti allo spettacolo dei nobili ridotti al loro rango di esseri umani e condotti al patibolo. Senza contare che in questo scandalo di cartapesta, sedimentato da un mix d’opportunismo politico e furore autopunitivo -l’ombra del baubau Trump aleggia in ogni suo interstizio- ci sembra che campeggi luminosa la scritta di un motto mai come stavolta minacciosamente profetico: “C’è sempre uno più puro che vi epura”.

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