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Pubblicato il 15 aprile 2017 | da Valerio Caprara

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Dialoghetto tra De Curtis e Totò

Principe de Curtis – Evviva! A cinquant’anni dalla morte sono più vivo che mai. Guarda per esempio il regalo del quotidiano della mia città: è riuscito a farsi raccontare come e perché mi considerano immortale tanti comici di generazioni, estrazioni e stili diversi… mica bruscolini, gente importante, di prima qualità.

Totò – Piano, piano, non cominciare a fare come al solito il vanesio. Vabbè, anche a me il totoismo (copyright Bonito Oliva) non dispiace perché penso sempre a quelli che disprezzavano me perché sarei stato un guitto anarcoide, oppio delle masse e sabotatore del cinema autoriale; ma, non illuderti, anche te in quanto vecchio conservatore, misogino e reazionario che una volta al “Musichiere” addirittura dichiarò: “Mi piace Achille Lauro”.

PdC – Ma che m’importa, non mi occupo di quisquilie e pinzillacchere. Sono ansioso di capire se Verdone e company hanno davvero carpito certi miei segretucci professionali da sempre sottoposti a indagine ma solo, per fortuna, sul piano dottorale. Non sarebbe degno del mio rango commentare i 15 titoli che secondo i totoisti annidati in redazione vanno messi in cima ai 96 che ho interpretato, però sono convinto che oggi al cinema le commedie sono tutte uguali e il conformismo scorre a fiotti anche in tv dove i miei presunti eredi giocano a fare i predicatori spacciatori di morale. A proposito, lo sai che mi hanno conferito la laurea honoris causa all’Università di Napoli?

T – Ci mancava solo la laura. Ancora un passo e ci fanno santi. Mo’ però mi so’ scocciato e quasi quasi mi butto dalla parte di quelli che sull’apoteosi postuma hanno sempre storto un po’ il naso. Prendi, per esempio, Kezich che nonostante fosse un critico non era certo fesso? “Per festeggiarlo, ignoratelo. E cercate qualcuno che parli male di lui. Sarà una ricerca difficile perché fu un attore perenne oggetto di peana, tanto che sarebbe ora di smetterla con la sciocchezza che la critica non lo apprezzò. La critica non apprezzò i suoi film, ma quelli non piacevano neanche a lui: infatti li considerava una galera, avrebbe preferito fare cose all’altezza del suo talento”. Per non parlare di Pasolini che alla fine ci ha adottato, però in base a una convinzione orribile e cioè che la nostra carriera precedente era un coacervo di robaccia. Sta di fatto che mi viene il voltastomaco ogni volta che rispuntano la solfa del “se fosse stato diretto da “reggistoni” avrebbe dato di più” (ma quando mai!) e la diatriba sulle stroncature incassate dalle pellicole ruspanti e sgangherate dei Mastrocinque, Mattoli o Steno e mi viene voglia di urlare che i critici non avevano torto in astratto, ma più semplicemente non seppero capire che quel tipo di cinema, concepito e consumato in una dimensione per loro invalicabile, era destinato a sopravvivere non perché “bello”, ma perché incancellabile come la storia ha dimostrato.

PdC – Calmati, di quegli individui si sono occupati a sufficienza i nostri numi tutelari. Goffredo Fofi innanzitutto, intellettuale nello stesso tempo dolcissimo e durissimo, senza di lui ci staremmo ancora leccando le ferite di un’esistenza malinconica e una genialità sottostimata. Poi Alberto Arbasino, terrore dei letterati in servizio permanente impegnato, che ti ha tramandato come il comico che riuscì “a farsi Picasso” grazie allo stravolgimento di occhi, collo, gomiti, polsi, torso, mento, pomo d’Adamo, piedi e l’uso di un linguaggio eversivo perché in grado di demolire in partenza lo status di qualsiasi interlocutore. E ancora Anile, Bispuri, Caldiron, Escobar, Governi: nei loro libri possiamo trovarci tutto, ma proprio tutto, persino quello che io e te ignoriamo. Ci sono, eziandio, i convegni… e chi si dimentica quello dell’anno non sospetto 1980, organizzato da un giovane e baldanzoso neocritico di “Il Mattino” al Circolo della stampa in Villa comunale e intitolato –non so se applaudire o sghignazzare- “Quale Totò per gli anni Ottanta”.

T – Fermati, non ti reggo. Io non amo e ringrazio nessuno. Forse una volta l’ho detto chiaro e tondo: un po’ più bianchi, un po’ più neri, un po’ più freddi, un po’ più caldi, gli uomini sono tutti uguali. Oggi più che mai l’unanimismo mi fa schifo, mi sembra una melassa di adulazioni e ringraziamenti ipocriti, tanto più che non assolvo neanche me stesso: Totò mi sta antipatico. Quando mi rivedo, il che capita di rado perché ho sempre detestato guardarmi allo specchio o sullo schermo, penso: Gesù, quanto è antipatico, quello. E siccome mi provochi, voglio spiattellarti un’altra verità: amo Napoli con tutto il cuore, per tutta la vita ho convissuto con lo strazio d’averla abbandonata e sono, si fa per dire, contento di starmene sottoterra a Poggioreale; però odio la napoletaneria proterva e provinciale, quella che da vent’anni annuncia d’avermi dedicato un museo che non si apre, quella che secerne a getto continuo la bava di retorica con cui lisciare il pelo dei concittadini torturati dagli sfaceli dei servizi civili quotidiani. Secondo te che mi conosci, chi può meritare la mia stima tra i ricorrenti e tromboneschi arruffapopoli locali e un piemontese pure juventino come Mario Soldati che scrisse: “Totò ebbe la grandezza degli umili, degli istintivi, dei delusi e degli sconfitti: come Keaton. E non è possibile negare che questo tipo di grandezza abbia un palpito tutto particolare, che manca alla grandezza dei superbi, dei consapevoli, dei soddisfatti e dei vittoriosi: come Chaplin”?

PdC – Eh no, qui non mi freghi. Quel meraviglioso articolo lo ricordo anch’io, specialmente per il passaggio in cui esalta “Che fine ha fatto Totò baby” perché gli ricorda le passerelle dell’avanspettacolo e il loro “sapore freneticamente mortuario e iconoclasta, con i lazzi di Totò e le cosce delle girls, che sembravano distruggere definitivamente i miti risorgimentali e patriottici, per sostituirvi l’unico mito superstite negli anni Trenta: l’erotismo”.

T – Se è per questo, nel campo siamo ambedue ferrati. Apparentemente sono stato io il più spudorato e famelico, il più insensibile alle oneste e sane visioni del sesso a suo tempo propugnate dalla chiesa e i comunisti. Ma in realtà, senza tirare in ballo né le maggiorate fisiche da me palpate e spogliate (purtroppo) per finta sui set, né le mogli, compagne e amanti elencate dalle tue biografie, per intenderci sull’argomento basta e avanza il memorabile resoconto del giovanissimo giornalista Fellini sbarcato a Cinecittà per farti un’intervista: “Allora scrivete questo: che a me piace la donna e il danaro. Avete capito? Non disse proprio donna, ma pronunciò un vocabolo napoletano che non avevo mai sentito, tenero e osceno, infantile e cabalistico, un suono di sillabe che dava benissimo l’idea di una cosa dolce, molle, umida. Mi vide perplesso: “Perché, a voi non piace?”. Mi guardava sospettoso e divertito”. Ahahah, ma tu te li vedi Benigni, Sabina Guzzanti e Crozza dichiarare alla stampa che cercano di divertire il pubblico solo per fare soldi e fare sesso?

PdC – Visto che ti sei già aggrappato a quel capolavoro d’articolo firmato da Soldati, te ne rileggo un altro brano: “L’arte di Totò, come del resto tutta l’arte napoletana ha un persistente coté funebre. La stessa suprema qualità comica di Totò si affidava alla rigidità della mimica e delle mosse: il suo corpo, più che un burattino, diventava un cadavere elettrizzato”. Tutto torna, insomma, e non a caso sulla contiguità tra Eros e Thanatos, amore e morte, ci girano intorno da secoli… Ma non mi fare sprecare fiato, scommetto l’albero genealogico che anche se hai fatto il militare a Cuneo non ti sei mai interessato ai filosofi greci, Freud, Leopardi, Schiele, Bataille…

T – Infatti. E non me ne vergogno. Ma ti vuoi ficcare una buona volta in testa che mi sono ammazzato di lavoro sempre e solo per procacciarmi, come si dice… mille lire al mese, alloggio, vitto, lavatura, imbiancatura e stiratura?

#totòvs

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