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Pubblicato il 14 luglio 2019 | da Giuseppe Cozzolino

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CRONACHE DA BENEVENTO: Luisa Ranieri e Salvatore Piscicelli

 

BENEVENTO – Una Luisa Ranieri più radiosa che mai (sarà la millesima volta che lo scriviamo, ma è impossibile non farlo) è venuta a presentare in chiusura del Festival del cinema e la tv il nuovo film di cui è protagonista in compagnia di Salvatore Piscicelli che a sua volta non è un regista qualsiasi, bensì il caposcuola della rinascita del cinema italiano partita dalla Nouvelle Vague partenopea allo start degli anni Ottanta. Per “Vita segreta di Maria Capasso”, tratto dal suo omonimo romanzo uscito nel 2012, prodotto dalla Palomar e in uscita il 18 luglio nelle sale, il venerato autore di “Immacolata e Concetta” e “Le occasioni di Rosa” ha lavorato sino dalla sceneggiatura insieme alla moglie e musa Carla Apuzzo per tradire in qualche modo se stesso, perfettamente in grado com’è sempre stato di trovare la chiave adatta a trasporre un testo letterario in termini di linguaggio cinematografico. Il pubblico che si è stretto festoso attorno alla star, in effetti, ha potuto constatare in anteprima nazionale come la storia di una moglie e madre dell’odierna periferia popolare napoletana che sceglie senza guardare in faccia a nessuno di farsi trascinare in un vortice criminale non solo appaia in linea con l’universo creativo di Piscicelli, tornato sul set dopo ben 15 anni, ma abbia proposto un’ardua sfida alla Ranieri mai altrettanto calata in un ruolo sospeso tra l’oggettivo referto della cronaca e l’asciuttezza mitografica del cinema di genere. “Ho lavorato, come del resto ho imparato a fare sempre più rigorosamente, col regista per cogliere e fare mie le sfumature di un personaggio in apparenza perdente ma destinato a sfruttare le zone d’ombra e le ambiguità della piccola borghesia napoletana a proprio vantaggio. Non è stato facile perché all’inizio, quando mi sono innamorata del copione e l’ho portato al produttore Carlo Degli Esposti, mi ero fatta l’idea di un personaggio più carnale, estroverso, abituato all’uso di un dialetto tradizionale, ma ho capito presto che dovevo immedesimarmi in un’autentica dark lady, più fredda, più calcolatrice, più razionale e mi sono affidata completamente alla strategia del regista, mi sono detta resetto tutto e vediamo giorno per giorno come e dove dobbiamo andare. Maria è un personaggio moderno, interprete di una femminilità tutt’altro che convenzionale: per le radicate frustrazioni che coltiva e in seguito alle sventure che si ritrova a dovere affrontare a un certo punto vuole a tutti i costi passare in un altro lato della società, si libera da eventuali remore etiche e agisce per amore e per il proprio vantaggio, per i figli e per la propria idea di felicità”. Piscicelli naturalmente approva e, anzi, delinea una lettura ancora più netta e precisa che escluda del tutto il ricorso alle abituali qualifiche morali o moralistiche: “Maria non è buona, ma neanche cattiva e soprattutto non incarna la classica tipologia del melò. Lei s’innamora davvero del benestante Gennaro, ne diventa l’amante, non si scandalizza dei suoi insospettabili legami con la malavita, sconta questo cedimento, si trasforma in una figura ricorrente dell’antropologia meridionale e agisce secondo la legge del familismo amorale supportata dal miraggio del potere e del denaro”. Non a caso Gennaro, alias Daniele Russo protagonista insieme ai fratelli delle stagioni del Bellini e ormai maturo per uscire dalla “comfort zone” dei ruoli che sul palcoscenico gli sono familiari, aggiunge a questo punto dopo avere incassato il franco apprezzamento della partner: “La stessa legge, in pratica, che oggi si percepisce accettata dal comune sentire societario, la stessa che conduce molti nuclei familiari a ritrovarsi quasi inconsapevolmente arruolati nei ranghi dell’antistato”.

Anche in omaggio all’ispirazione principale del festival diretto da Antonio Frascadore che si è concluso con un bilancio largamente positivo nonostante qualche ostacolo frapposto da certe inveterate pigrizie provinciali, si prova a sottoporre alla valutazione della Ranieri e del suo ultimo pigmalione qualche esempio forte, da “Filomena Marturano” a “Breaking Bad”, rispettivamente tratti dalle vetrine d’eccellenza dei media ex arcinemici. L’antieroina di “Maria Capasso” non ha difficoltà nel prodursi in una risposta appassionata: “Se ci fossero analogie, riguarderebbero percorsi emotivi e drammaturgici affini solo in quanto universali. Se fate attenzione il film si svolge a Napoli, ma non potrebbe definirsi tout court napoletano. Da una parte, infatti, è tutto il nostro paese e non solo questo ad avere subito alcune conseguenze negative della globalizzazione, ad avere perso molte delle garanzie del welfare ed estremizzando mi verrebbe da dire che il rapporto malato tra individuo e comunità, tra interesse individuale e interesse collettivo metaforizzato nel film potevamo ambientarlo anche a Trieste. Dall’altra parte, però, credo che la mia città abbia mantenuto, a differenza per esempio di Roma ormai pressoché spersonalizzata, un’identità inconfondibile nel bene e nel male. Senza fare retorica sento, insomma, che qui c’è ancora una pancia, che, certo, anche noi siamo cambiati, siamo moderni, siamo social, ma abbiamo ancora la forza trasmessa da radici profonde e stratificate”. A Piscicelli, infine, che non si farà mai sterilizzare nel ruolo del padre nobile, non si poteva fare a meno di chiedere se per lui abbiano un senso le polemiche sul filone crime che costituirebbero l’ostacolo più insopportabile alle sorti magnifiche e progressive della città: “Ma vogliamo scherzare? Vogliamo tornare ai vecchi processi intentati contro il neorealismo perché i panni sporchi si lavano in famiglia? Il cinema e la tv, innanzitutto, possono e devono rappresentare quello che vogliono. E poi, capisco l’antifona, vi dico subito che “Gomorra” è una serie di finzione di tutto rispetto e che soprattutto prende spunto dalla realtà, ma non è assolutamente lo specchio della realtà”.

 

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