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Pubblicato il 17 febbraio 2010 | da Valerio Caprara

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Com’è “glamour” Venezia.

Sarà il premio Oscar Giuseppe Tornatore a inaugurare, con il suo monumentale affresco siciliano Baaria, l’edizione n°66 della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre). Nel corso del tempo celebrata, imitata, contestata, restaurata, trasfigurata, ma sempre e comunque orgogliosa di una carta d’identità che certifica il suo diritto di progenitura sull’agenda mondiale dei festival di cinema…

Ebbene sì, perché importanza e fascino dell’annuale raduno degli adepti di Monsieur Cinéma sulla fettuccia di lungomare del Lido, che allinea a poche decine di metri l’una dall’altra le “cattedrali” dell’Hotel Excelsior, il Palazzo del Cinema e l’ex Casinò estivo, affondano le radici in una geniale intuizione del conte Giuseppe Volpi di Misurata datata primavera del 1932. Il conte, già governatore della Tripolitania e ministro di Mussolini, è anche presidente della Biennale artistica quando insieme allo scultore Antonio Maraini e all’accanito cinéfilo Luciano De Feo decide di reagire ai perduranti effetti della bancarotta di Wall Street dando una scossa all’immobilismo mondano ed economico della sua illustre città. E’ la sera del sei agosto, infatti, quando sulla terrazza prospiciente alla spiaggia dell’Excelsior, il lussuoso albergo d’inizio secolo costruito sull’isola del Lido secondo un gusto ispirato all’Oriente, viene proiettato il film di Rouben Mamoulian Doctor Jekyll and Mr. Hyde. Il successo è travolgente e più di venticinquemila spettatori si susseguono davanti allo schermo su cui prendono forma le storie di un’arte, come assicurano gli americani, better than life, più grande della vita. La moda diventa subito una prerogativa dell’evento, intesa, però, come sinonimo d’eleganza e raffinatezza cosmopolite in implicito contrasto con le caratteristiche più ruvide e provinciali del regime fascista che prima l’ha voluto e ora lo promuove (divenuta competitiva due anni dopo, la Mostra istituisce la Coppa Mussolini da assegnarsi al miglior film italiano e straniero). Tanto è vero che qualche anno dopo proprio al Lido, quando solo Parigi ne deteneva il copyright mondiale, si svolgono le primissime sfilate italiane d’alta moda: volute, manco a dirlo, dal conte Volpi per intrattenere piacevolmente le consorti dei molti addetti presenti durante le giornate del festival. Un altro elemento che contribuisce a consolidare il prestigio delle prime edizioni è l’apogeo del divismo, grazie al quale si materializzano agli occhi dei fans personaggi del calibro di Clark Gable, Katharine Hepburn, Marlene Dietrich, dignitosamente tallonati dagli eroi caserecci che rispondono al nome di Vittorio De Sica, Amedeo Nazzari, Alida Valli e Assia Noris. Alle migliori interpretazioni è assegnata, a partire dal ’35, la Coppa Volpi, mentre il favore popolare s’alimenta dei brividi di trasgressione provocati, ad esempio, dal nudo integrale e i realistici amplessi di Hedy Lamarr nel film cecoslovacco Extase di Gustav Machaty; eppure a Venezia il principio fondatore dell’”arte cinematografica” -destinato a resistere tra alterne vicende e ricorrenti polemiche sino ai nostri giorni- permette che onore e fama gratifichino soprattutto gli artefici, i Frank Capra, King Vidor, George Cukor, John Ford o Jean Renoir pienamente riconosciuti come maghi dell’immagine e dell’emozione. Ad accogliere la corsa verso il Leone d’oro –un leone di San Marco in oro massiccio, del peso di circa un chilo che incarna ormai la nostrana versione dell’Oscar- di titoli come La grande illusion, Olympia o Luciano Serra pilota è la Sala Grande del Palazzo del Cinema, progettato in stile modernista dall’architetto Luigi Quagliata e inaugurato nel ’37, quando le ombre della guerra già si allungano sinistre sui riti dei notabili cinéfili che a notte inoltrata prolungano le discussioni sulla pista dello Chez Vous, il night club dell’Excelsior. Se queste cronache assumono i toni della mitografia, sono invece vivide quelle legate alla ripresa dopo l’interruzione bellica. Nel ’46 si tiene al Palazzo Ducale un’edizione ridotta, ma l’anno seguente –anche perché è nato l’ambizioso festival di Cannes- risulta già ripristinato il carisma destinato a durare sino alla fine degli anni Sessanta. Sullo schermo della Sala Grande i capolavori del neorealismo contendono i premi alle opere di maestri come Fritz Lang, John Huston, Orson Welles sdoganati dalla fine dell’autarchia; i film imprevedibili, spiazzanti dei giovani Fellini, Antonioni, Monicelli, Zurlini si confrontano con gli exploit dei Kurosawa, Kazan, Dreyer , Bergman, Bunuel e può succedere che la turbinosa schiettezza di Anna Magnani o la straripante comunicativa di Sophia Loren conquistino la Coppa Volpi ai danni delle divine straniere. La Mostra di Venezia non assomiglierà mai, come abbiamo premesso, agli altri festival: ne è segno tangibile il fatto che aneddoti e notorietà non riguardino solo autori e attori, ma anche i direttori – dal coraggioso Elio Zorzi all’ecumenico Floris Ammannati, dal raffinato Domenico Meccoli al grintoso Luigi Chiarini – e i critici, tra i quali svettano per antica sapienza e fedeltà di servizio Tullio Kezich e Gian Luigi Rondi. Anche costoro sono tra i protagonisti dell’interminabile show messo in scena negli spazi angusti, ma indiscutibilmente glamour che contornano le proiezioni: il sublime De Sica che perde in una notte cinquanta milioni al Casinò, Le diable au corps di Autant-Lara che scandalizza in un colpo solo il “Fronte della Famiglia” e la critica di sinistra, il Leone d’oro a Le passage du Rhin di Cayatte sommerso dai fischi del pubblico tifoso di Visconti e del suo Rocco e i suoi fratelli, le folle di curiosi che s’accalcano sulla spiaggia per godersi le bellezze o le bizze di Brigitte Bardot o Burt Lancaster, l’inesausto carnet dei ricevimenti, “le feste sardanapalesche per le quali non era facile ottenere l’invito e dove a una cert’ora si camminava sulle fette di roast beef sparse per terra e si amoreggiava dietro le tende dei palazzi” (Kezich).

Questo eden caro ai cinéfili subisce una dura scossa nel ’68, quando il vento della contestazione arriva anche al Lido sulle ali degli slogan del maggio francese. Due giornate di lotta che vedono protagonisti apprezzati cineasti e autori come Pasolini, Gregoretti, Loy, Zavattini, Maselli, Cavani, nell’occasione pervasi dal sacro fuoco della rivoluzione imminente: contrastati dal direttore Chiarini, socialista tradizionale e funzionario integerrimo, osteggiati all’interno del fronte dalle proteste dei “compagni gondolieri” e dai commercianti del Lido, alquanto vaghi nel proporre la sostituzione del festival con un laboratorio di cinema militante, i contestatori riescono solo a fare rinviare di quarantott’ore la soirée d’apertura. Per undici anni, però, le conseguenze della nobile pantomima trasformano la Mostra in un’incolore rassegna di anteprime assortite e bisogna aspettare il ‘79 e la nomina a direttore di Carlo Lizzani per assistere alla rivincita del Leone umiliato e offeso. Ritornano le statuette e ritorna il piacere del gossip mediatico per le vibranti scenate del regista Glauber Rocha, a suo dire penalizzato dalla longa manus dell’imperialismo yankee o del presidente della giuria Marcel Carné, che non è riuscito a convincere i colleghi a votare l’adorato Querelle di Fassbinder. L’eterna diatriba tra cinema d’autore e cinema d’evasione è scavalcata di slancio dai giovani esperti che collaborano prima con Lizzani e poi con i suoi successori, da Rondi a Pontecorvo, da Barbera all’ottimo Marco Muller tutt’ora in carica. I titoli memorabili non sono, per fortuna, mai mancati proprio in quest’ottica di aggiornato eclettismo che accosta Blade Runner a Lanterne rosse, Au revoir les enfants a Eyes Wide Shut e premia con il Leone alla carriera il maestro della commedia italiana Dino Risi e quello dell’animazione nipponica Hayao Miyazaki. Certo lo smisurato incremento dei partecipanti, soprattutto giovani, non cessa di mettere in luce la dispendiosa insufficienza delle strutture turistiche dell’antica località balneare, così come è sempre fallito ogni tentativo del consiglio d’amministrazione della Biennale di radicare all’interno della manifestazione uno spazio adeguato alle esigenze del mercato internazionale.

Però come è bello ritrovarsi a inseguire immagini nel “piccolo mondo antico” che dall’Hotel des Bains passa per i ristoranti La Favorita, Valentino o Andri e costeggia il giardino incantato dell’hotel di charme Quattro Fontane… Forse perché, mentre sta per aprirsi il cantiere del nuovo e ipertecnologico Palazzo in vetro e mosaici dorati che sorgerà nel 2011 su una superficie di ventimila metri quadrati, è ancora possibile cogliere gli echi di quell’aura un po’ snob, un po’ atemporale, un po’ casereccia in cui i vecchi festivalieri si sentivano parte della stessa commedia.

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