All Movies Magazine

Pubblicato il 12 settembre 2017 | da Valerio Caprara

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Cinema napoletano. Gomorrismo e no

Alla Mostra di Venezia il cinema di e su Napoli va forte, però battendo solo su tasti negativi e fuorvianti. Anche se fosse così -e secondo noi non lo è affatto o almeno non nei termini posti sul “Mattino” da opinionisti di rango- il primo problema non da poco da risolvere sarebbe il seguente: come fare a rimettere sulla retta via produttori, scrittori, registi e magari anche un bel po’ di spettatori e cinéfili? Respingendo l’ipotesi che a qualcuno salti in testa d’istituire commissioni di controllo in stile fasciocomunista e rifiutando parimenti il manierismo che abbina in automatico il marchio alle tematiche più cupe e disperate, dovremmo forse mettere in scaletta qualche pensierino meno ideologico e più pragmatico.

Come premessa se è scontato convenire che al critico non compete impartire lezioni a chicchessia, l’invito a vedere i film prima di parlarne non ci sembra che assomigli a un odioso diktat specialistico: ma non a causa della presunta intangibilità dell’orticello, bensì perché il metro di giudizio più affidabile resta sempre quello dei riscontri sulle ragioni narrative da cui il film nasce e sulla somma delle soluzioni linguistiche su cui si sviluppa il suo percorso (in senso più o meno lato) poetico. Il timore, per esempio, che il gomorrismo pezzottato, il compiacimento dell’azione tutta spari e omicidi, il culto dell’antieroe criminale, la mancanza del sottotesto riflessivo e sociologico, il trionfo dello slang brutale e imbastardito facciano “oggettivamente” il gioco degli arcinemici appostati nelle regioni ostili e nelle cittadelle dei razzisti non può essere agitato come uno spauracchio “a prescindere” perché sull’altro piatto della bilancia va messo il peso dei grandi benefici che Napoli ricava dalla conferma di una tradizione che nasce con la nascita del cinema ed è oggi –particolare significativo- incrementata dalle scuole di cinema, i dipartimenti dello spettacolo universitari, i laboratori tecnici autogestiti, le risorse erogate a sostegno delle produzioni e così via. Dei film visti a Venezia, insomma, si tramanderà di più la ‘coazione a ripetere’ delle storie di camorra oppure la bravura di sceneggiatori come Braucci o Virgilio, l’intensità di registi come Oliviero e De Lillo, la classe di superattori come Borrelli, Gallo, Buccirosso, la crescita di professionisti come la direttrice della fotografia Amitrano, i sacrifici di produttori coraggiosi come Di Vaio, gli exploit della factory d’animazione che Luciano Stella e il suo giovane team sono riusciti a rendere competitiva su scala internazionale?

Agli amici polemisti è certo superfluo ricordare che gli antidoti al tremendismo ispirato al portafoglio esistono e sono ottimi e abbondanti: non bastano forse l’effervescenza di Salemme e Siani, le sventagliate cabarettistiche di Made in Sud, la comicità youtuber dei Jackal e Casa Surace per fare capire ai testoni del perfido Nord che sotto il Vesuvio si continua ancora a fare ridere e a ridere di se stessi senza doversi vita natural durante mettere a carponi per evitare le pallottole vaganti? E’ sempre una questione d’equilibrio, anche perché quando, putacaso, un grande regista come Garrone si è lasciato un po’ andare al riciclo non tanto ironico degli stereotipi modello cartolina ‘e Napule sfornando pubblicità per Dolce & Gabbana, gli stessi odiatori compulsivi di Genny Savastano e Ciro l’Immortale non hanno mancato d’intonare le lamentele di prammatica. Torniamo dunque con spirito, per così dire, laico a un dato di partenza inoppugnabile con cui, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti dentro e fuori le sale cinematografiche. La nostra odiosamata metropoli è profondamente, intensamente caratterizzata dall’eccesso, ragione per cui anche quando sfugge alle rappresentazioni in total noir non è stata, non è e non sarà mai un modello di moderata, ordinata e uniformata normalità (mai sentito parlare di cuorni giganteschi o di inviti a farsela sotto come schermaglia istituzionale?). Il cinema, per suo conto, non può che partecipare -in modi più o meno ruvidi in virtù del peculiare dna costituito da arte e commercio in parti uguali- di questa, quell’altra e tutto il resto delle sue “realtà”. Perché proprio dove il suddetto termine funziona come un traliccio instabile, una struttura occulta o un ingranaggio manipolato, bisognerebbe preoccuparsi di cosa si racconta, anziché di come lo si fa?

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