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Pubblicato il 20 dicembre 2018 | da Valerio Caprara

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Capri-Revolution

Capri-Revolution Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Capri 1914. La pastorella Lucia è prima affascinata e poi emancipata dall'incontro con la comunità poligamica, nudista, omeopatica e vegetariana di giovani nordeuropei insediatisi nei contrafforti ancora selvaggi della mitica isola. Di lì a poco, però, guerre, rivoluzioni e totalitarismi stravolgeranno il corso del "secolo breve".

1.8


L’epigrafe tratta da Fabrizia Ramondino impressa sulla prima inquadratura di “Capri-Revolution” di Mario Martone è uno di quei limpidi paratesti letterari che legano ogni artista a un altro e ogni sua opera ad altre simili perse da qualche parte nel tempo e nello spazio. Ricco d’accuratezze estetiche (costumi e acconciature in primis), ambientato nel 1914 ma con esplicite allusioni alle ciclicità della storia, messo in scena sugli sfondi di una Capri arcaica crocevia di pellegrinaggi anticonformisti e utopie ribellistiche, il film chiude la trilogia preceduta da “Noi credevamo” e “Il giovane favoloso” trasfigurando le accese dialettiche sull’idea di progresso che dall’inizio del Novecento ai tempi nostri non hanno mai smesso di svilupparsi, contrapporsi e ibridarsi persino sotto le macerie e i lutti delle guerre e i totalitarismi. Basandosi sulla sceneggiatura cofirmata con Ippolita Di Majo che modella la trasformazione fisica e culturale di una pastorella indigena (Marianna Fontana, ex “Indivisibili”, attrice nata e la migliore del cast) venuta a contatto con una giovane comunità nordeuropea poligamica, nudista, omeopatica e vegetariana insediatasi tra le ancora selvagge lande capresi, il poliedrico autore cerca di amalgamare i cortocircuiti delle esperienze vissute in comunione intellettuale col gallerista Lucio Amelio e il pittore e scultore Joseph Beuys con i riferimenti all’opera di K. W. Diefenbach, naturista, pittore e teosofo teorico dell’”atto psichico” le cui opere sono esposte nel museo della certosa di San Giacomo e studiate da autorevoli specialisti come Antonella Basilico Pisaturo e Giancarlo Alisio.

Almeno fino alla sequenza della levitazione della protagonista plasmata dal pagano carisma del leader proto-hippy Seybu e liberata dall’odioso maschilismo della tradizione patriarcale (ma i “borghesi” locali sono tratteggiati come vere e proprie macchiette), il film esalta il travagliato rigenerarsi di un mondo al tempo stesso concreto e visionario grazie anche alle armoniose coreografie di Raffaella Giordano, le energetiche musiche di Apparat e le suggestive citazioni delle celebri performance del Teatro delle Orge e dei Misteri di Hermann Nitsch.

In equilibrio, come di consueto tra piglio teatrale, distanziato, antinaturalistico e piacere della composizione ampia, corale, eloquente, Martone gioca poi di sponda con personaggi collaterali come il giovane medico condotto Carlo (Antonio Folletto), figura riassuntiva di altri e noti esuli capresi più inclini all’antagonismo anticapitalista, interventisti alla vigilia della Grande Guerra e di lì a poco militanti bolscevico-comunisti. In questi frangenti affiorano striature di erudizione didattica e schematismo ideologico che inducono alcune recitazioni e soprattutto certi dialoghi –che sembrano scimmiottare i fatidici “scazzi” tra vecchio Pci, animosi sessantottini e serafici figli dei fiori- a conferire al racconto i toni di una forzata parabola progressista sull’emancipazione femminile con la pastorella che in tempi accelerati diventa lettrice di libri importanti e impara a parlare l’inglese, nonché sull’imminente avvento del presunto nefasto industrialismo nemico della decrescita cosiddetta felice.

Nel complesso “Capri-Revolution” è un film di un certo valore e spessore che perde, purtroppo, tensione mano a mano che s’avvicina al finale; quando, cioè, sull’afflato mitico-simbolico prevalgono nessi e confronti con l’attualità che suonano ruvidi e frettolosi.

 

 

 

 

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