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Pubblicato il 16 aprile 2019 | da Valerio Caprara

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Cafarnao

Cafarnao Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Beirut, l'undicenne Zain sta testimoniando in tribunale contro i propri genitori in quanto “colpevoli” di averlo fatto nascere condannandolo all’esistenza miserabile riservata ai derelitti delle metropoli. Iniziano, così, i flashback della via crucis che non gli ha risparmiato alcuna bruttura, dalla sorellina data in sposa a un adulto alla fuga dal tugurio domestico, dall’incontro con un’immigrata africana clandestina che in cambio di un giaciglio gli affibbia il figlioletto al penoso accattonaggio nei loschi bassifondi di Beirut... Il destino, però, ha in serbo una chance di salvezza.

2.5


“Cafarnao”, nonostante il Premio della giuria e i prestigiosi apprezzamenti ricevuti all’ultimo festival di Cannes, rischia d’incappare in qualche bordata negativa a causa di punti di vista curiosamente opposti. Da un lato, infatti, la bellissima regista libanese Labaki (“Caramel”) additando al mondo le ingiustizie che subiscono i dannati della terra e soprattutto i bambini dei paesi devastati dall’arretratezza economica e dalle guerre endemiche, rischia di allontanare la parte di pubblico poco incline ad affrontare due ore di sofferenza emotiva; dall’altro, alcuni critici e cinefili le riservano uno sdegnoso disprezzo perché non farebbe vibrare a dovere le corde politiche dei fatti (sembra incredibile, ma c’è chi ha scritto “un cinema edulcorato per il pietismo socialdemocratico e cattolico dell’Europa benestante”). Scartati gli sfoghi esagitati, si può peraltro convenire che “Cafarnao” –inteso come massa confusa di persone dal nome del villaggio della Galilea dove iniziò la predicazione di Gesù- ricorre a una preziosa confezione per dettagliare inaudite brutture in equilibrio sullo stesso sdrucciolevole discrimine che separa l’approccio e il taglio dei Loach, i Dardenne e persino dell’italoamericano Carpignano di “A Ciambra” dall’ordinario melò ricattatorio o addirittura dalla cosiddetta pornografia del dolore. Il prologo in ogni caso è davvero originale: il ragazzino Zain, occhio vivace, piglio ribelle e parlantina sin troppo assennata sta testimoniando in tribunale contro i propri genitori in quanto “colpevoli” di averlo fatto nascere condannandolo a un’esistenza miserabile.

Scattano, così, i flashback di una via crucis che prevede la sorella undicenne data in sposa a un omaccio, la fuga dal tugurio domestico, l’incontro con un’immigrata africana clandestina che in cambio di un giaciglio gli affida il moccioso figlioletto, il penoso accattonaggio nei loschi bassifondi di Beirut ecc. Certo la regia è di alto livello, ricca com’è di budget e tecnica, ragione per cui sul giudizio finale peseranno le reazioni individuali che, come premesso, non possono che oscillare tra ondate di commozione per i convinti che il cinema possa cambiare il mondo e sensazioni di fastidio per coloro che a schermo spento si vergogneranno di andare a cena in pizzeria. Nella progressione narrativa, degna dei classici dickensiani sull’infanzia martoriata, fanno la loro bella figura –ultrarealistica all’apparenza, ma in realtà frutto di un accorto formalismo come dimostra la qualità delle riprese, la fotografia e il montaggio- i tanti attori non professionisti che supportano l’amorevole protagonista, autentico rifugiato siriano in Libano, integrandosi al meglio nello slancio che non abbiamo motivo di credere disonesto della messinscena (riflettendo però sull’inequivocabile etimologia del termine).

CAFARNAO

DRAMMATICO, LIBANO 2018

Regia di Nadine Labaki. Con: Zain Alrafeea, Yordanos Shifera, Nadine Labaki, Fadi Youssef, Boluwatife T. Bankole

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