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Pubblicato il 4 ottobre 2018 | da Valerio Caprara

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Aznavour al cinema

Anche se sono appena una dozzina i cult-movie presenti nella sua nutrita filmografia, si può dire che Charles Aznavour incarna un’icona del cinema soprattutto, ma non solo d’oltralpe. Attore popolare che si è fatto valere anche come autore di colonne sonore e sceneggiatore, il leggendario chansonnier che aveva frequentato in gioventù l’Accademia d’arte drammatica e debuttato nel teatro di prosa ha permesso, infatti, a molti registi di varia autorevolezza e caratura d’usufruire dalla fine degli anni Cinquanta fino alla metà degli Ottanta di una fisionomia scavata e vissuta, un’innata e incisiva carica espressiva e una gamma di toni, gesti e look aspri e dolenti all’altezza di quelli in possesso del suo divo preferito Jean Gabin. Ne consegue, senza riscontrare alcuna forzatura, che per i cinefili più attenti e affezionati s’evidenzia una lampante continuità tra i testi, le atmosfere e le interpretazioni delle sue canzoni e la deriva crepuscolare a cui sono condannati i suoi migliori personaggi schermici. E non è un caso, in questa prospettiva, che proprio Truffaut, il profeta disarmato della Nouvelle Vague intenzionata a demolire la tradizione dei padri della “qualità francese”, lo scelga nel 1960 come protagonista di “Non tirate sul pianista”.

Il figlio di un cuoco armeno destinato a diventare un artista a tutto tondo in quel fatidico anno di svolta non solo cronologica ha già interpretato alcuni personaggi minori in prodotti seriali come “Gli scomparsi di Saint Agil” e ben più impegnativi in “La fossa dei disperati” di Franju, ambientato nel climax di rivolta e dolore dilagante in una clinica psichiatrica; “Les dragueurs” di Mocky, che descrive con sottile ferocia antiborghese il sabato sera parigino di due amici a caccia di avventure erotiche e “Il passaggio del Reno” di Cayatte che a Venezia “rubò” il Leone d’oro  al viscontiano “Rocco e i suoi fratelli”. Ma Truffaut lo valorizza al meglio modellandogli il ruolo dell’umile pianista di un oscuro night dei sobborghi che diventa suo malgrado bersaglio dei gangster a caccia del fratello Chico: innamoratosi della cameriera del locale, alla quale ha svelato il suo passato di celebre pianista ritiratosi a causa del suicidio della moglie, andrà incontro al crudele destino prefigurato dal romanzo di David Goodis da cui è tratto. Aznavour vi giganteggia cogliendo a pieno la volontà del giovane maestro di concentrare nelle immagini l’azione da noir hollywoodiano di serie B e lasciare fluire nei dialoghi la spinta del melò più spudorato e “sconveniente”. Non meno grintoso, peraltro, è il soldato francese impegnato nel 1942 in un’ardua missione bellica nel deserto cirenaico interpretato nel coevo “Un taxi per Tobruk” di La Patellière in cui, tra l’altro, canta “La marche des anges” (Mon coeur se trouve au bout du monde/Et moi je vis au jour le jour) trasformandola subito in un hit.

Definito in maniera non proprio convincente “un Pierrot moderno” dal collega Autant-Lara, Aznavour riesce, invece, a mettere a punto nella marea dei successivi ingaggi un personalissimo mix di nobiltà e astuzia, tristezza e seduzione grazie a cui  si trova a suo agio in titoli più o meno ambiziosi come “Le tentazioni quotidiane” di Duvivier, “Il sentiero dei disperati” di Albicocco o “Caroline chérie” di La Patellière e in proficue trasferte internazionali tramandate da titoli come “Alta infedeltà” di Petri, “L’ultimo avventuriero” di Gilbert, “I formidabili” di Winner, “… e poi non ne rimase nessuno” di Collinson o “Gli uomini falco” di Hickox. Una rinnovata dose di prestigio gli viene regalata dal ruolo tutt’altro che memorabile sostenuto nel pretenzioso “Il tamburo di latta” di Schlondorff che nel 1979 condivide assurdamente la Palma d‘oro a Cannes con il capolavoro “Apocalypse Now” e vince addirittura l’Oscar per il miglior film straniero; episodio che impreziosisce il curriculum, ma si dissolve al cospetto del ritorno ai massimi livelli con “I fantasmi del cappellaio” di Chabrol (1982). Tratto da uno dei perfetti noir di Simenon, il film permette ad Aznavour d’interagire sublimamente con Michel Serrault nel corso di un grottesco e sinistro duello che si sviluppa in una tipica cittadina bretone con la non metaforica partecipazione del cadavere di una donna assassinata. Da questo momento in poi accetta quasi solo parti secondarie, anche in film decorosi come “Viva la vita” di Lelouch o “Il maestro” di Hansel, gratificato com’è a sufficienza dal César onorario assegnatogli nel 1997. Un ideale finale di carriera, però, lo aspetta nel 2002, quando Egoyan lo vuole non a caso protagonista di “Ararat – Il monte dell’arca” nel ruolo del regista che deve dirigere un kolossal sul massacro del popolo armeno compiuto dai turchi nel 1915, lo stesso ampiamente rievocato dal vecchio maestro nei suoi eccezionali memoir A voce bassa e I giorni prima.

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