Recensioni

Pubblicato il 17 febbraio 2010 | da Valerio Caprara

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Avatar

Avatar Valerio Caprara
Emozione
Qualità
Scrittura
Recitazione

Sommario: Parabola new age inserita nell'ingranaggio colossale e rutilante di un blockbuster di ultima generazione.

3.5


Se la domanda fosse «vale la pena di vederlo», la risposta sarebbe sì, naturalmente. Con la raccomandazione di cercarvi lo schermo più grande possibile e l’apparato audio/video al massimo livello. Qualora v’interessi andare al sodo e sapere se il film è bello, la risposta è ancora un sì convinto. Se a questo punto però pretendereste la notizia di un nuovo capolavoro firmato James Cameron, dobbiamo optare per il no: per niente apocalittico, polemico o malevolo, ma pur sempre un no. «Avatar», rigorosamente da vedersi nella profondità di campo suggestiva (ma non sconvolgente) garantita dal 3D, riflette più di una curiosa contraddizione dell’autore. Si tratta, innanzitutto, di un poema fantascientifico officiato sull’altare della meraviglia tecnologica e in particolare dell’avanzatissimo processo di computergrafica denominato performance capture-  che si fa, però, portatore della più scontata e nostalgica elegia di un mondo primitivo ed ecologico. Una specie di parabola new age o neo hippy inserita nell’ingranaggio colossale e rutilante di un blockbuster di ultima e costosa generazione.

Certo davanti a un film che aspira a essere di culto è un po’ pedante concentrarsi sulla trama, che dovrebbe e vorrebbe essere a rimorchio di una scrittura inventiva, alcuni personaggi memorabili e un «quid», spesso misterioso, di saggezza, suspense ed emozione. Basterà dire allora che l’ex marine paraplegico Jake Sully viene arruolato nel 2154 per diventare uno degli «avatar» creati dalla scienziata Augustine: corpi biologicamente ricostruiti e geneticamente modificati a perfetta imitazione degli abitanti del tossico pianeta Pandora. La crisi energetica globale ha, in effetti, costretto gli uomini (come sempre rappresentati da sbrigativi e maneschi americani) a cercare di mettere le mani sul prezioso minerale che giace copioso sotto la terra dei Na’vi, umanoidi altissimi, flessuosi, di colore bluastro e muniti di coda e orecchie da felini. Una volta introdotto nella giungla, il nostro eroe farà tutte le terrorizzanti ed esaltanti esperienze possibili in quell’ambientazione a metà strada tra la terra di Tarzan e la (tolkieniana) terra di Mezzo; ma soprattutto conquisterà faticosamente un’empatia «naturalistica» con la bella principessa Neytiri. Si può prevedere, quindi, benissimo, come procederà l’esperimento: anche perché gli affaristi terrestri amano affidarsi a colonnelli a stelle e strisce come Quaritch, una vera macchietta assetata di sangue al cui confronto il personaggio di «Apocalypse Now» che amava «sentire l’odore del napalm al mattino» farebbe la figura del chierichetto pacifista. Insistiamo sulle contraddizioni: Cameron diventa ossessivo, quasi martellante nell’esaltare la fede e la quiete dei nativi di Pandora, ma poi alterna alle sequenze di voli e salti mirabolanti una componente sentimentale debordante e casereccia. E’ del tutto evidente come la chiave narrativa si rispecchi nei classici film pro indiani della Hollywood progressista: purtroppo, però, in quelli che si limitano a rovesciare banalmente il razzismo -da «Soldato blu» a «Pocahontas»- piuttosto che in quelli tormentati e anti-manichei come «Piccolo grande uomo» o «Un uomo chiamato cavallo». Succede così che siano più convincenti, più divertenti e persino più espressivi gli animali mostruosi di Pandora e le sequenze davvero entusiasmanti siano quelle innescate dai personaggi non sottoposti all’implacabile griglia del politicamente corretto (la doma dei cavalli selvaggi simili a draghi). E’ il problema di fondo dello splendido, ma un po’ labile spettacolo di Cameron: il grande trasporto e la straripante energia indirizzati verso lo stupore visivo e fantastico non ricevono ulteriore impulso dalla ristrettezza dei motivi interiori, esistenziali. A meno che non si voglia dar credito a uscite come quella del colonnello, goffamente estrapolate dal vocabolario dei superati strateghi del superato Bush: «bisogna combattere il terrore con il terrore». Il perno principale su cui ruota «Avatar» resta, in fondo, l’ex marine, interpretato solo diligentemente dall’australiano Sam Worthington; ora, senza fare paragoni ingenerosi con l’Harrison Ford di «Blade Runner», si può dire che il tema struggente del corpo debole e impotente teso a reinventarsi nella libertà insieme mentale e spirituale del sogno sfuma nell’urgenza di condurre i contendenti al conflitto finale dei robot mitragliatori contro i guerrieri con l’arco e le frecce. Ci dispiacerebbe, comunque, trasmettere un’impressione tutta negativa: viene da ridere, infatti, pensando alle polemiche scatenate in questi giorni sulla stampa dagli ultrà dell’autorismo all’italiana in nome dell’«antica» poesia abrogata dalla novità degli effetti. Innanzitutto perché Cameron li surclassa sul piano delle posizioni radicali e dei messaggi anti-occidentali. Poi perchè per noi, paradossalmente, il vero difetto di «Avatar» è quello di fare prevalere le vecchie solfe del selvaggio buono & onesto sull’imprevedibile vertigine dei sentimenti futuribili.

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