Recensioni

Pubblicato il 12 settembre 2017 | da Valerio Caprara

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Ammore e malavita

Standing ovation per gli autori e il cast di “Ammore e malavita” al termine della proiezione clou in Sala Grande. E qui interviene il potere dei media: persino la mano del critico s’arresta a mezz’aria, intimorita già prima di picchiare sui tasti del pc… Come verrà presa la sarabanda di allegri stereotipi, il diluvio di spari e ammazzamenti e il profluvio citazionistico di canzoni tra il musical americano e la sceneggiata che prorompono da un omaggio doubleface alla napoletanità di ieri, oggi e domani? Diciamo subito che –per quanto ci si senta legittimamente offesi dal binomio, appunto, d’”ammore e malavita” che sembra ormai inscindibile dalle rappresentazioni della nostra città- è difficile non attribuire ai fratelli re del low budget (ma stavolta l’investimento è stato consistente e la qualità della confezione lo evidenzia) l’intento opposto e cioè quello di prendere in giro il dna del filone partenopeo, di frantumarne gli elementi, per così dire, esteriori allo scopo di esaltarne quelli buoni, umanistici e solidali. L’operazione funziona, però, a metà: bravissimi gli interpreti, Buccirosso su tutti, e fantastiche le location che sembrano reinventare, anche per merito della fotografia di Francesca Amitrano, la cartolina classica con gusto postmoderno; troppo lungo, invece, lo sviluppo del plot che si attorciglia spesso in ghirigori un tantino compiaciuti e proprio le canzoni gorgheggiate in prima persona da tutti i volenterosi interpreti (dal duo glamour Morelli/Gerini a un bravissimo Raiz) non sembrano al primo ascolto particolarmente incisive o memorabili. Guarda caso il più efficace –su questo piano di fatto decisivo- è un veterano restituito al culto dei fan con lo stesso spirito di bonaria quanto sincera ammirazione: il maestro Pino Mauro assiso su un trono fitto di “cuorni” rosso fuoco nel bel mezzo di Piazza Plebiscito (ovviamente liberata) è un cammeo da applausi a scena aperta. L’aspetto più simpatico del film, che non mancherà di rallegrare le platee ancora di più di quanto hanno fatto gruppi ad alto tasso derisorio come i Jackal (ma c’è anche una strizzatina d’occhio al meccanismo dello scambio di vip congegnato dal fortunato “Natale con il boss” made-in-De Laurentiis), è quello di deridere l’uso e abuso del gomorrismo senza entrare in competizione con i recenti e stranoti successi di cinema e tv, ma tornando alla routine artigianale (che sembra peraltro di gran classe rispetto alle sciatterie della maggior parte delle commedie odierne) dei film anni cinquanta e sessanta che giocavano con i cliché vesuviani con grazia naive e un uso parimenti significativo dei caratteristi. Le imperfezioni di “Ammore e malavita”, insomma, non ne inficiano l’ottimismo e la freschezza di fondo, gli exploit espressivi (i morti che resuscitano accennando movimenti di danza) e la carica autoironica blandamente controcorrente ma fortemente coinvolgente.

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