Recensioni

Pubblicato il 14 febbraio 2020 | da Valerio Caprara

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Alice e il sindaco

Alice e il sindaco Valerio Caprara
soggetto e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

Sommario: Alla vigilia dell'ennesima battaglia elettorale, il veterano sindaco socialista di Lione Théreneau si scopre di colpo sprovvisto degli stimoli necessari per potere surclassare ancora una volta gli avversari. Il suo staff decide a questo punto di affiancargli Alice,brillante neolaureata trentenne ferrata in letteratura e filosofia, ma del tutto digiuna dei tortuosi meccanismi della macchina municipale. Tra i due protagonisti, lontanissimi per sesso, età, esperienza e prospettive di vita, scatta a questo punto un animoso duello personale e politico.

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Raffinatissimo, sin troppo. Politicamente veemente, ma di parte. Interpretato alla grande, ma nessuno dei personaggi risulta gradevole. Culturalmente agguerrito, ma grazie all’overdose delle citazioni. Parlato deliziosamente, ma noi lo vediamo doppiato. Straordinariamente veristico, dunque spesso noioso. Rohmeriano in purezza, ma gli spettatori non sono tutti intenditori da cineclub. “Alice e il sindaco” è, insomma, un film di gran classe che sfortunatamente non riusciamo a raccomandare perché sviluppato sulla base di un intento molto più pretestuoso di quanto voglia far credere la sua abilità stilistica. Per fortuna offre, però, una nuova occasione per vedere all’opera sullo schermo Fabrice Luchini (chi desidera godersi le performance dal vivo deve lottare per procurarsi il biglietto in uno dei teatri parigini in cui s’esibisce periodicamente), unanimemente e giustamente considerato uno dei migliori attori del mondo. Meno scatenato rispetto ai titoli più inclini ai toni satirici, ma sempre capace di calarsi in profondità nelle peculiarità del personaggio affidatogli, Luchini incarna stavolta il veterano sindaco socialista di Lione Théreneau, che alla vigilia dell’ennesima battaglia elettorale si scopre drammaticamente a corto non tanto dei vecchi e sacri principi, quanto dei più prosaici ma indispensabili stimoli per potere surclassare ancora una volta gli avversari. Il copione, scritto dallo stesso regista emergente Pariser, prevede che lo staff municipale decida di affiancargli Alice (Demoustier), una giovane neolaureata trentenne assai ferrata in letteratura e filosofia, ma del tutto digiuna dei contorti meccanismi della macchina amministrativa. Il nuovo impiego ha peraltro contorni nebulosi perché consisterebbe nell’elaborare idee e prospettive ispirate alla realtà del paese e non solo ai consunti prontuari partitici.

Tra i due individui, lontanissimi per sesso, età, esperienza e prospettive di vita, scatta a questo punto un duello che per gli appassionati del racconto filosofico alla Molière dovrebbe diventare più caliente di quello tra lo sceriffo e i pistoleri all’OK Corral. Peccato che il proposito di mettere a confronto le visioni utopiche del futuro e i modelli pratici per gestire l’esistente non ci sembra andato a buon fine. Forse la colpa sta nel tramite drammaturgico che dà se non per canonico, quantomeno scontato l’obiettivo della fitta schermaglia dei dialoghi sostenuti con Théraneau dall’interlocutrice, (finto)soave versione d’oltralpe di una sardina: è ora di ravvivare la sinistra in declino, darle una spinta in direzione antagonista, espugnare la finanza con l’istruzione, augurarsi la decrescita felice, sbarazzarsi delle ubbie degli intellettuali per proporre l’urgente alternativa alla destra populista. L’ossessione paralizzante della “totalità” (pubblica, privata, spirituale, persino artistica come sottolineano i riferimenti alle opere di Wagner e a Bartleby lo scrivano di Melville) si riduce, così, a problematiche certo importanti, ma nell’occasione come rinchiuse nell’orizzonte del cinéfilo politicamente corretto del Quartiere Latino. Batte su questo tasto, che finisce per tradire l’aspirazione del film a riaffermare il primato della riflessione imparziale sulle scorciatoie della politica marketing e degli spregiudicati tatticismi elettorali, anche il discorso che i due scriveranno insieme in prossimità del colpo di scena finale. Nonostante sia troppo prolungato e si basi su una faticosa serie di piani fissi, questo è secondo noi il momento più riuscito, una sorta di amplesso teorico che deluderà entrambi, ma solo dopo avere proposto a se stessi e agli spettatori un concetto finalmente originale (purtroppo molto più comprensibile nella versione originale): recuperare la ricchezza del linguaggio e le sfumature del vocabolario è uno dei pochi gesti che può contrastare senza ricorrere alla violenza la glaciazione causata dall’immenso chiacchiericcio virtuale contemporaneo.

ALICE E IL SINDACO

COMMEDIA DRAMMATICA – FRANCIA/BELGIO 2019

Regia di Nicolas Pariser. Con Fabrice Luchini, Anais Demoustier, Nora Hamzawi, Antoine Reinartz, Lèonie Simaga

 

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