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Pubblicato il 3 ottobre 2019 | da Valerio Caprara

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Ad Astra

Ad Astra Valerio Caprara
soggett e sceneggiatura
regia
interpretazioni
emozioni

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Passato senza suscitare particolare eco all’ultima Mostra di Venezia, il nuovo e magniloquente poema fantascientifico diretto da un grande regista come James Gray (“Little Odessa”, “I padroni della notte”, “Two Lovers”) parte con ottime chance da tutti i punti di vista, ma alla fine ne spreca un po’ troppe. “Ad Astra”, abbreviazione della frase latina “Per aspera ad astra” che significa “attraverso le asperità sino alle stelle” ossia arrivare al successo superando ardue difficoltà (nella cosmogonia di “Star Trek” è il motto della Flotta Stellare), non esita, infatti, a ridurre le consuete acmi spettacolari care agli appassionati del genere per restare in linea con uno script intriso di riflessioni allarmate e allarmanti tornate in voga nel cinema americano anche come tributo al cult kubrickiano “2001: Odissea nello spazio” e all’esistenzialistico classico “Solaris” di Tarkovskij. Certo la Fox e i coproduttori hanno rischiato un budget importante perché ne è protagonista assoluto il divo forse più trendy del nostro tempo, un Brad Pitt che nel recente film di Tarantino ha superato se stesso ma qui si limita nella durata di due ore a un’accorta gestione dei tormentosi rovelli assegnati all’impavido cosmonauta Roy, incaricato di una pericolosissima missione, una sorta di detection a più di duemila miliardi di miglia dalla Terra per cercare di capire l’origine dei picchi d’elettricità che stanno provocando catastrofi a catena nel nostro sistema solare. Il surplus di suspense è costituito dal fatto che gli attacchi risultano sferrati da Nettuno dove un’astronave Usa guidata dal padre di Roy, anch’esso astronauta eminente, data per distrutta anni addietro sembra diventata un’inespugnabile centrale terroristica.

Certo non mancano le sequenze straordinarie, ma il problema non è tanto quello che al cinema anche di recente si sono visti troppi viaggi consimili in cui, cioè, la sfida avventurosa più o meno rapidamente si trasforma in esperienza misticheggiante (vedi i film dell’ultimo Malick) e/o atto d’accusa contro la rapacità degli umani, ma piuttosto quello che la seconda e risolutiva parte del film –peraltro nobilitato da numerose e prestigiose incarnazioni, dal delirante Lee Jones all’inossidabile Sutherland- s’impantana in una situazione fotocopiata da “Apocalypse Now” il cui nichilismo, però, va molto più banalmente a parare nella prolungata seduta psicanalitica a carico dell’antieroe alle prese con l’accettazione dell’età adulta e delle sofferenze che comporta. C’è, infine, un’overdose di citazioni che da una parte testimoniano della robustezza dei propositi del regista e del cosceneggiatore Ethan Gross, ma dall’altra rendono “Ad Astra” una sorta di antologia visiva e concettuale che non trova il colpo d’ala per distinguersi nella monumentale cineteca dei prototipi.

AD ASTRA

FANTASCIENZA, USA/BRASILE/CINA 2019

Regia di James Gray. Con: Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Liv Tyler, Ruth Negga, Donald Sutherland

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