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Pubblicato il 12 settembre 2019 | da Giuseppe Cozzolino

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IL MESTIERE DELLE ARMI

Un colossale e corale film storico che racconta l’Italia di ieri e spiega quella di oggi

A cura di Andrea Coco

Trenta novembre 1526: nella chiesa di San Francesco a Mantova si svolge un solenne funerale, quello tributato a Ludovico di Giovanni de’ Medici, detto Giovanni dalle Bande Nere, comandante delle truppe pontificie. Si tratta di un breve attimo, perché Ermanni Olmi, con un lungo flash back, ci porta al 23 novembre 1526 per raccontare gli ultimi giorni di vita del celebre condottiero e tramite lui presentare un periodo storico molto delicato per la storia d’Italia: la Guerra della Lega di Cognac.

Sconfitto e fatto prigioniero nella battaglia di Pavia (1525), il re di Francia, Francesco I°, appena liberato dall’imperatore Carlo V, non esita a ritrattare le condizioni di pace che ha sottoscritto e ad accettare la proposta del Papa Clemente VII° di aderire ad un’alleanza antiasburgica, costituita con l’obiettivo di scacciare gli Austrospagnoli dal Regno di Napoli e dal Ducato di Milano. Carlo V° decide, quindi, di punire Clemente VII°, che è un membro della famiglia Medici, inviando in Italia un consistente esercito ,guidato dal comandante Georg von Frundsberg (Nikolaus Moras) e formato dai temibili lanzichenecchi, molti dei quali sono protestanti e come tali nemici del Papato,.

A sbarrargli la strada che porta a Roma, perché quello è l’obiettivo dell’infernale soldataglia, dedita a violenze di ogni tipo, c’è l’esercito dei coalizzati, guidato da Francesco Maria I° della Rovere, il duca di Urbino (Paolo Magagna), in verità un personaggio assai poco energico e motivato, e sotto di lui Giovanni dalle Bande Nere (Christo Jivkov), l’unico condottiero veramente deciso a impedire l’avanzata del nemico, facendo in modo che non attraversi il Po. E, non disponendo di truppe numerose, decide di evitare battaglie in campo aperto, piuttosto tormenta il nemico con imboscate e assalti improvvisi, in modo da indebolirlo lungo il cammino.

Purtroppo per lui, a dispetto degli impegni presi, i vari signori italici non sono affatto decisi a voler affrontare un nemico così forte. Il marchese di Mantova, Federico II Gonzaga, (Sergio Grammatico), consente ai Lanzichenecchi di passare attraverso la “porta fortificata” di Curtatone del Serraglio, negando invece il transito, alle truppe pontificie guidate da Giovanni. A sua volta il duca di Ferrara Alfonso I d’Este (Giancarlo Belelli), di fronte al contratto di matrimonio tra suo figlio, Ercole II (Marco De Biagi), con una principessa asburgica, consegna al comandante von Frundsberg quattro pezzi di artiglieria, dei falconetti, in grado di perforare qualsiasi tipo d’armatura. Con un tale matrimonio ha così raggiunto il doppio obiettivo di legarsi alla più importante dinastia europea del momento e ha colto l’occasione per indebolire un pericoloso vicino. Giovanni, tuttavia, riesce a raggiungere Georg von Frundsberg nei pressi di una vecchia fornace a Governolo e la sera del 25 novembre a dare battaglia, ma l’assalto viene respinto dall’utilizzo dei falconetti, nascosti proprio per colpire a sorpresa la cavalleria pontifica. E Lo stesso comandante verrà gravemente ferito alla gamba destra .

“Il mestiere delle armi” è un colossale e corale film storico, che racconta un periodo molto importante per il nostro Paese, che avrà come effetto l’affermazione del potere asburgico sulla penisola italiana e il terribile Sacco di Roma (1527), ma anche la fine di un’epoca, il passaggio dalla cavalleria alla fanteria e all’artiglieria.

La narrazione lenta, sulla quale alleggia un senso di tragedia, di disfatta fin dalla prima scena, descrive un mondo al tramonto dove conta l’onore (Giovanni e Georg che si salutano prima di affrontarsi a Governolo), il combattimento individuale, il valore dei singoli guerrieri. Tutti elementi spazzati via da battaglie studiate a tavolino dove il fattore sorpresa e l’utilizzo delle armi da fuoco si riveleranno decisive. Armi nuove per le quali serviranno nuove competenze e capitali che solo gli stati moderni, dotati di un efficiente sistema fiscale, potranno disporre in gran quantità. La guerra diventa corale, non più appannaggio di élite aristocratiche, travolte come i vecchi stati universali (Il Sacro Romano Impero e il Papato) dalle nuove formazioni politiche.

“Il mestiere delle armi” è inoltre un atto d’accusa contro le classi dominanti della nostra Penisola, un film che spiega perché l’Italia sia stata così facilmente conquistata da monarchie vicine, dalle strutture politichepiù solide e da una classe politica più virtuosa.

Paolo Prodi (1932 – 2016), storico e accademico nel suo libro “La Storia Moderna” (Il Mulino) sostiene che la storia non è maestra di vita, ma ci aiuta “a comprendere la società del presente”. E vedendo come agiscono i personaggi principali del film, si possono capire molti aspetti del nostro paese, intuire come gli italiani, in questi ultimi cinquecento anni, siano cambiati pochissimo, pronti a tradirsi l’un altro e ad aprire le porte al nemico, pur di conseguire un vantaggio personale a scapito di tutti gli altri, vantaggio spesso neanche ottenuto. Interessante anche la lettura dell’opera “Le guerre d’Italia (il Mulino) di Marco Pellegrini, che consigliamo.

Tra i tanti personaggi del film, opera che ha ricevuto innumerevoli premi, emerge solo Giovanni dalle Bande Nere, eroe drammatico di una grande tragedia corale, quella dell’Italia, campo di battaglia di forze straniere, che non si sottrae al suo dovere di soldato, quando tanti altri preferiscono invece farsi da parte e mercanteggiare la propria salvezza (terrena).

IL MESTIERE DELLE ARMI

Regia: Ermanno Olmi

Con Christo Jivkov, Paolo Magagna, Sergio Grammatico, Giancarlo Belelli, Nikolaus Moras, Marco De Biagi

Storico, Italia/Francia/Germania, 2000, Mustang

Durata: 99 minuti

Distribuzione: Cecchi Gori Entertainment

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