Recensioni

Pubblicato il 12 luglio 2019 | da Giuseppe Cozzolino

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CRONACHE DA BENEVENTO: A tu per tu con Liam Cunningham

BENEVENTO – “Fantastica regione la Campania e quanto mi è piaciuto venire a Benevento di cui, tra l’altro, ho scoperto con gioia la grande cultura vinicola. Del resto sono irlandese e, per esempio, non ho nulla in comune con gli inglesi mentre amo e sento mia l’Italia, col suo popolo così fiero della propria identità, cosi attaccato ai valori della vita, così ricco di mitici brand come la Ferrari, Armani, la Ducati, la lingerie La Perla…”.Sir Davos Seaworth, personaggio di spicco di “Il Trono di Spade”, si materializza con affabile disinvoltura al cospetto della stampa nelle fattezze del cinquantottenne attore dublinese Liam Cunningham venuto a presentare al Festival del cinema e della televisione Città di Benevento le prime due puntate della serie “The Hot Zone”, in cui recita accanto alla superpremiataJuliannaMargulies, che da noi andrà in onda a settembre sul canale National Geographic del palinsestoSky. Tenendo a fatica a freno l’entusiasmo dei fan, il direttore artistico Antonio Frascadore e il suo agguerrito e competente staff hanno preteso e ottenuto che il mitico alone che accompagna ormai dovunque gli amatissimi protagonisti della serie di culto lasciasse un po’ di spazio alle pacate considerazioni, l’amichevole disponibilità e l’impeccabile chiarezza con cui Cunningham ha presentato il thriller-drama in sei episodi sulla storia della scoperta del virus Ebola. Se nella recente e strepitosa miniserie “Chernobyl” il nemico s’incarna nelle radiazioni emesse dal collasso del reattore nucleare n°4, in “The Hot Zone”, il “mostro” è il virus denominato Ebola Zaire che, dopo la sua casuale scoperta, si dimostrò in grado di essere fatale nel novanta per cento dei casi di contagio umano: tesa e incalzante, la vicenda sembra avviata a intrecciare ancora una volta al massimo grado di efficacia i referti della storia con gli autonomi strumenti della fiction. “Siamo invasi dalle saghe dei supereroi e io stesso sono parte in causa in questa declinazione spettacolare delle mitologie fondative. Ma gli autori della serie non hanno voluto distaccarsi polemicamente da tutto ciò, bensì puntare sul tema opposto della ricorrente vulnerabilità umana. Le ‘montagne russe’ di sensazioni e sentimenti messe in questo caso in funzione dagli sceneggiatori e la regia sono naturalmente dovute al fatto che un aggressore così insidioso eppure totalmente invisibile fa molta più paura. National Geographic, per di più, ha prodotto un documentario sull’autentica evoluzione della vicenda avendo ben presente che la formula della serie, perfetta per l’audience mondiale, aveva bisogno anche del contributo parallelo di una rigorosa ricostruzione scientifica”.

E’ peraltro noto che nell’86 l’affabile e benportante attore ha lavorato in un safari park dello Zimbabwe: “Allora me ne andavo in giro non troppo lontano dai focolai curando la manutenzione degli impianti elettrici Le storyline della serie sono molteplici, ma tutte convergono, utilizzando anche i flashback, nel novembre 1989 quando i medici di Fort Detrick, istituto medico americano di ricerca sulle malattie infettive, in seguito a un contagio avvenuto presso un centro di ricerca in cui si effettuavano esperimenti sulle scimmie, si trovarono a fronteggiare il terribile virus individuato per la prima volta nel 1976”. Adesso è tutto sotto controllo? “Ma per carità, la gente pensa a malattie annidate nelle remote plaghe africane dimenticando che esse potrebbero aggredirci anche sfruttando poche ore di un semplice trasferimento aereo. Come professionista aperto alle varibili del mestiere senza alcun pregiudizio, in casi come questi sento soltanto un carico maggiore di responsabilità e il dovere di equilibrare meglio possibile l’entertainment con il thrilling”.Liam ha sentito parlare ovviamente di “Gomorra” e qualcuno gli chiede se condivide le perplessità di una parte della critica sull’ambiguo potere di fascinazione conferito dalla fiction al crimine. “Assolutamente no! Anche perché nel caso mi toccherebbe rinnegare la grandezza di un cult-movie come “Il padrino”… Secondo me se ti abbandoni a gesta così violente e riprovevoli, vuol dire che in qualche modo le stavi già coltivando. Ma se per assurdo fosse vero questo automatismo tanto meglio, la nostra serie farà venire voglia a tutti di fare gli scienziati”. Non possiamo fare a meno di tirare in ballo la sfida ormai virulenta tra il cinema per le sale e, appunto, la concorrenza spietata rappresentata dalla moltiplicazione e il perfezionamento delle serie. “ Hollywood è vittima del proprio antico successo. Ormai in tempi brevi si devono recuperare budget sempre troppo grandi per potere permettersi di fallire e la replica degli stessi modelli è diventata così l’unica via d’uscita”. A questo punto, però, il fenomeno-Trono di Spade che anche nelle fitte giornate beneventane ha elettrizzato schiere di appassionati non può più essere ignorato. Come vogliamo definirli, dunque, cinefili o telefili? “Ormai i dirigenti televisivi illuminati ingaggiano sceneggiatori e attori sempre più versatili e innovativi, pronti a esplorare le possibilità di tutti i generi e dunque in grado se non di superare, almeno di colmare il gap esistente tra il grande e il piccolo schermo. Come recita il motto, da quattro cavalli si può creare un asinello: l’elasticità produttiva viene di conseguenza, diventa una pratica obbligata. Prendete proprio il caso del “Trono di Spade”: lo scrittore George R. R. Martin aveva respinto molte proposte delle Majors perché la sua fantasia, ancora più sfrenata di quella di Tolkien, poteva dare il via libera solo a un kolossal talmente gremito di effetti, mostri, alieni da diventare pressoché impossibile da realizzare. Gli showrunner della serie, innamorati pazzi del libro, hanno avuto invece il coraggio di proporgli una trasposizione più densa, dettagliata, estesa grazie al numero e la durata degli episodi e delle stagioni, comprensivo di tutte le diramazioni narrative ancorché ricco degli effetti digitali più aggiornati. Così dalle difficoltà di una produzione tradizionale è scaturita la meravigliosa opportunità di cui parliamo”. Si chiude tra franchi sorrisi e qualche abbraccio, chiedendogli con un pizzico di malizia se non si sente sottovalutato come divo popolare dopo avere lavorato con star del cinema d’autore del livello di Spielberg, Cuaron, Loach o McQueen: “Ci mancherebbe altro. Sempre con grande umiltà ho, però, imparato a sentirmi a mio agio sia tra le (temporanee, s’intende) celebrities, sia spendendomi al servizio di professionisti mai annoiati, piatti, rassegnati alla routine o corrotti dal mestiere”. Il festival ringrazia e si prepara al gran finale. Oggi, infatti, sono attesissimi l’incontro con il cast della dissacrante ed esilarante serie televisiva “Boris”, dichiarazione d’amore-odio fino a oggi insuperata per le controverse glorie del cinema tricolore, il colloquio con lo spiazzante autore e dirigente televisivo Carlo Freccero e soprattutto la proiezione di “Vita segreta di Maria Capasso”, il nuovo film del padre nobile del nuovo cinema napoletano Salvatore Piscicelli che dialogherà con il pubblico in compagnia della protagonista Luisa Ranieri che vi appare radiosa come sempre, ma impegnata in una prova ad altissima intensità drammatica.

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