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Pubblicato il 14 luglio 2019 | da Giuseppe Cozzolino

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Per Lina

Fa molto caldo, ma con l’arrivo del tornado Lina a Ischia farà caldo ancora di più. Fresca, si fa per dire, dell’Oscar alla carriera che le sarà consegnato il 27 ottobre, nonché reduce della solenne seduta al Senato convocatadalla presidente Casellati in occasione dell’ennesima vittoria –il premio Genio ed Eccellenza italiana nel mondo- la più sfrontata, temeraria, incontrollabile, mordace esponente del nostro ex grande (o meglio grande a intermittenza) cinema sta per tornare tra le braccia degli amici del Global Fest. Amici tutt’altro che teorici o parolai, però, perché al demiurgo giornalista e produttore Pascal Vicedomini colei che già in passato fu la prima donna a essere nominata per una statuetta deve l’intenso e instancabile lavoro di relazioni in collaborazione con il board dell’Accademia Internazionale Arte Ischia e dell’Istituto Capri nel mondo che, grazie anche al coinvolgimento di nomi di spicco del gotha hollywoodiano come la Loren, la Redgrave e TylorHackford, la condurrà in un crescendo impetuoso partitodall’indimenticabile serata d’onore al San Carlo del 2015 e proseguito con l’omaggio dell’ultimo festival di Cannes con la proiezione della versione restaurata in 4K di “Pasqualino Settebellezze” sino alla cerimonia di Los Angeles corredata dalla mitica stella impressa sulla Walk of Fame.

Non ci sarebbe niente di più ipocrita, però, che dedicarle il solito ritrattino a base di virtuali cuoricini che i media tendono a confezionare per le celebrities del cinema al momento dei massimi riconoscimenti: sembra spesso, infatti, che un premio, la vittoria in un festival, un primato al box office, il conferimento di una carica di categoria servano solo a intonare le salmodie allineate e corrette che, se da un lato preservano da malintesi o gaffe, dall’altro tramutano i prescelti in una serie di manichini bravi, belli e buoni, ma soprattutto indistinguibili e innocui. Arcangela Felice Assunta Wertmuller von ElggEspanol von Braucich (“eeh, ma io così me chiamo, mi porto dietro un po’ di eredità”) non ha, infatti, dovuto attendere questa cavalcata nella gloria internazionale per guadagnarsi l’onore e il rispetto, ma è pur vero che la generazione di critici e cinéfili post-Sessantotto non solo non l’ha particolarmente amata, ma più di una volta l’ha avversata in campo aperto raggiungendo il culmine del sarcasmo (efficace o greve che sia) nella celeberrima sequenza morettiana di “Io sono un autarchico”… In cui, com’è noto, Fabio Traversa informa l’egocentrico mattatore dell’assegnazione alla Wertmuller di una cattedra di cinema a Berkeley e quest’ultimo, dopo avere chiesto conferma che si tratti della regista di “Mimì mettalurgico”, “Travolti da un insolito destino” e “Pasqualino Settebellezze”, inizia a vomitare schiuma verde dalla bocca come Linda Blair in “L’esorcista”. La bersagliata si sarebbe anche accontentata di consolarsi con il classico motto “nemopropheta in patria”, ma sembra che l’incauto Nanni volle strafare finendo col dovere incassare un memoir non proprio all’acqua di rose: “A farmi arrabbiare non fu la gag, ma un suo gesto successivo. Lo incontrai ai margini di un festival, lo salutai ed essendo lui un gran cafone e un vero str…, neanche si voltò”. Il fatto è che mentre i film hanno suscitato reazioni ed emozioni contrapposte, sul suo carattere, diciamo, forte nessuno ha mai coltivato il minimo dubbio: se il compianto big della critica italiana Tullio Kezich lo ha tramandato chiamando in causa il cognome dello storico compagno Enrico Job (“Per stare vicino a Lina ci vuole la pazienza di Job”), chissà cosa ne pensa Luciano De Crescenzo che sul set di “Sabato, domenica e lunedì” siccome insisteva nel vezzo di sottolineare le battute del dialogo col dito indice alzato se lo vide addentare dalla regista esasperata.

Il pubblico in ogni caso non l’ha certo classificata in base alla sterminata messe di aneddoti di cui il microcosmo dei cinematografari non ha mai smesso di nutrirsi e per chi volesse recuperare il filo di una vita vissuta con sprezzo del pericolo, gioia di vivere e sconfinato amore per il cinema non inquinato dai gossip o dai “si dice” sono a disposizione due corposi e inequivocabili reperti, l’autobiografia Tutto a posto niente in ordine pubblicata nel 2012 e il prezioso documentario di Valerio Ruiz “Dietro gli occhiali bianchi”. Tenendo presente che il giudizio sul grado d’”artisticità” dei film, tutti in ogni caso appartenenti a quel mix inestricabile di sublime e illusionistico chiamato cinema, non ha ancora trovato, se mai lo troverà, criteri inoppugnabili e resistenti ai mutamenti del costume e della cultura, oggi non importa poi tanto duellare sulle commedie dai titoli interminabili che con la complicità del multiforme talento istrionico di Giancarlo Giannini hanno creato un marchio inconfondibile, survoltato il versante germiano (“Divorzio all’italiana”, “Sedotta e abbandonata”) della commedia all’italiana e conquistato un’attenzione internazionale, con gli Usa in prima fila, che pochissimi colleghi nostrani possono vantare. Per quanto ci riguarda, dopo avere ribadito la rilevanza di un filone che Lina la falsa cinica (ha un cuore d’oro, basta pensare a come ha amato il marito e come è legata alla figlia Maria Zulima) ha avuto il fegato e la forza di creare in proprio e apprezzato la provocatoria, trascinante vitalità di pochade spudorate come “Mimì metallurgico” e “Travolti da un insolito destino…” nonché preso le distanze da altri titoli un po’ pigramente abbandonati all’autoriciclaggio e alla maniera, non ci stancheremo di valorizzare un apprendistato su cui spesso si sorvola, ma che costituisce secondo noi il suo vero patrimonio professionale. Già aiuto regista di Fellini, infatti, esordì nel 1963 con “I basilischi”, un unicum che tocca la perfezione assoluta descrivendo con pungente verosimiglianza l’amara e grottesca deriva di un gruppetto di vitelloni del profondo Sud. Oggi, con l’incubo del politicamente corretto gravante sulla satira, sarebbe forse impossibile erigerlo a cult-movie; mentre, deogratias, la ex arcinemica tv ha guadagnato numerosi e benevoli lasciapassare e nessuno ci punirà se confessiamo di amare alla follia “Il giornalino di Gian Burrasca”, la serie musical con la Pavone di cui fu autrice e regista.

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