Recensioni

Pubblicato il 2 settembre 2019 | da Valerio Caprara

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5 è il Numero Perfetto

Sappiamo di scoprire l’acqua calda, ma non possiamo non ripetere che Toni Servillo saprebbe rendere memorabile anche la lettura dell’elenco del telefono. E non è meno scontato aggiungere che Carlo Buccirosso è un attore a 18 carati e uno dei pochi in grado d’interagire con lui da pari a pari sullo schermo. E’ logico, quindi, che la trasposizione della graphic novel di culto “5 è il numero perfetto” parta con una pista di vantaggio grazie alla scelta di un duetto di protagonisti tanto sopraffino da rischiare di mettere in secondo piano le qualità formali del film e i flussi emotivi e piscologici che si rincorrono dalla prima all’ultima sequenza. Del resto non è un caso che l’impresa sia stata portata a termine dallo stesso eclettico autore, il fumettista di fama internazionale Igor Tuveri detto Igort che ha fondato riviste e case editrici prima di diventare l’attuale direttore di “Linus”, ma soprattutto ebbe il coraggio di trasferirsi negli anni Novanta in Giappone per misurarsi sul loro terreno d’elezione con i maestri del manga. La fortunata graphic novel pubblicata nel 2002 aveva, in effetti, registrato un numero ingente di stesure, una delle quali strenuamente promossa da Marco Muller per la regia di Johnnie To, a suo tempo calati per i sopralluoghi nella nostra città anche per avvalersi della Film Commission della Regione Campania: un supporto che ovviamente non è mancato quando Igort ha infine deciso di girare in prima persona per la produzione di Propaganda Italia e Jean Vigo con Rai Cinema la ballata dei due malmessi e attempati killer in cerca di vendetta in un’inedita, piovosa e tenebrosa Napoli anni Settanta.
La chiave per leggere “5 è il numero perfetto” sta dunque nel non facile trapianto dei meccanismi survoltati di certo cinema giapponese e hongkonghese –a loro volta debitori dell’hardboiled americano classico e recente- nel sin troppo frequentato immaginario vesuviano: l’esile storia di don Peppino/Servillo, rottamato camorristello di seconda fila che torna a battersi in combutta con il compare Totò ‘o Macellaio/Buccirosso contro il perfido don Lava/Gigio Morra che gli ha ammazzato il figlio conta meno, insomma, delle suggestioni non solo strettamente grafiche che costituiscono il nerbo dei cinque capitoli dai sottotitoli grotteschi, gli conferiscono un’aura e un ritmo sospesi tra l’irrealistico e l’iperrealistico e si espandono nell’impasto bicromatico di neri e blu rifinito dall’eccellente direttore della fotografia Bruel, nei fulminei raccordi tra dettaglio e campo medio o lungo e nella suddivisione delle azioni nello stesso quadro ereditate dalla tecnica delle originarie strisce dell’album. Attorniata da bislacchi personaggi incarnati da altri big come la Golino –divertentissimo il suo ruolo da maestrina che nel bel mezzo del carosello truculento legge imperturbabile “Il Gattopardo”- la Forte, Mascia e Borrelli che non si confondono col noto bestiario gomorresco perché le rispettive distorsioni fisiognomiche e sfalsate propensioni morali possono apparire magari un po’ manieristiche, ma mai pour cause ricalcate o imitative, la coppia riesce, così, a fronteggiare la tentazione igortiana alla retorica della napoletanità “sana” perché appartengono anima e corpo ai miti e riti stilizzati del puro romanzesco noir. Il duello decisivo tra Lo Cicero e Lava, per fare solo esempio, non ammicca ai classici di Rosi o di Squitieri, bensì propone con un ghigno beffardo in controluce una sintesi visionaria tra “Blade Runner” e “C’era una volta il West”.

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