Recensioni no image

Pubblicato il 15 febbraio 2010 | da Valerio Caprara

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Addio a David Carradine

I cinéfili più giovani l’hanno conosciuto e idolatrato nelle sembianze del luciferino «Bill» che la Sposa/Uma Thurman vuole a tutti i costi «Kill». In effetti David Carradine era riuscito a suggellare nell’iperbolico e inquietante personaggio creato dal geniaccio di Quentin Tarantino un carisma costruito dalla nobile vocazione familiare, la lunga gavetta e l’irresistibile quanto leale inclinazione alla violenza.

Benché figlio del caratterista di lusso (specie nei western di Ford) John, fratello di Bruce e fratellastro di Keith e Robert, tutti attori di un certo peso ma dall’alterno successo, David si è fatto strada con le proprie forze, senza disdegnare i generi popolari e tenendo sempre fede all’innato anticonformismo. E’ noto, infatti, come si sia così immedesimato nel ruolo d’istintivo e impetuoso sindacalista di «America 1929 – Sterminateli senza pietà», il primo film importante di Scorsese, da concepire sul set un figlio con la protagonista Barbara Hershey. Proprio all’esordio degli anni Settanta diventa famoso grazie allo scatenato protagonismo nella serie televisiva «Kung Fu» (esperienza dalla quale sono scaturiti i successivi video con i quali divulgherà le arti marziali del Tai Chi e Qi Gong), ma non a caso il titolo che ne valorizza appieno lo spirito anarcoide è «Questa terra è la mia terra» (1976) dove tratteggia con sobria intensità Woodie Guthrie, la figura cruciale del folklore musicale americano. Il volto precocemente segnato, l’andatura dinoccolata e i capelli portati prevalentemente lunghi, alla yippi, contribuiscono a farne un piccolo divo della cosiddetta «altra America», alternativa e sardonica più che ideologizzata e militante.

I film e i relativi ruoli prescelti, così, non rispondono alla logica degli Oscar e preferiscono oscillare tra la ribalderia fracassona di «Cannonball», l’enfasi grand-guignol di «L’uovo del serpente», l’epica rivisitata di «I cavalieri dalle lunghe ombre» o l’azione pura di «Due nel mirino». Alla fine dei Novanta l’attore più turbolento della vecchia guardia intensifica l’impegno televisivo e interpreta serie di notevole audience quali «Kung Fu: la leggenda continua», «Streghe», «Lizzie McGuire» e «Alias». L’inevitabile connubio con Quentin Tarantino, il cineasta che, tra l’altro, si è formato anche ‘divorando’ il plateale manierismo dei suoi film più anomali e dispersi (dal western «Taggart» alla commedia porno-horror «Non entrate in quella casa»), sembra predisporre, col senno di poi, l’addio alle scene che il destino gli ha tenuto in serbo.

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